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Secessione sannita

 



In tempi di crisi e di difficoltà di popolazioni, la storia ci ha insegnato che uno dei modi più semplici di soluzione è sempre stato quello di abbandonare i luoghi di appartenenza per ricercarne altri che offrissero migliori possibilità. E’ il caso delle popolazioni primitive che si insediavano in luoghi dove era facile trovare le risorse essenziali per la vita, quale la presenza di sorgenti d’acqua, un clima favorevole e mite, la facilità nel reperire cibo attraverso la caccia o la possibilità di coltivare il terreno e di allevare animali e, cosa non di secondo ordine, dove vi era la possibilità di potersi difendere dall’ostilità delle popolazioni antagoniste.

Quando queste condizioni venivano meno, il gruppo sociale abbandonava il luogo dell’insediamento primitivo e ne trovava un altro che ne avesse di migliori. Questo ripetersi antropologico si riscontra in molti casi più o meno lontani nella storia dell’uomo e anche nell’attualità sembra essere un dato molto significativo. I giovani del sud, dopo aver usufruito, per la maggior parte dei casi, delle risorse proveniente dai sacrifici dei genitori per conseguire una maggiore istruzione e quegli strumenti culturali per affrontare il lavoro ed il mercato, si vedono costretti ad abbandonare il proprio luogo e gruppo sociale di appartenenza perchè non trovano lì le condizioni minime per il soddisfacimento delle proprie aspettative e prospettive di vita.

Ed allora si spostano e vanno alla ricerca di quei luoghi dove vi sono maggiori opportunità. Non voglio qui ricordare le esperienze di emigrazione che hanno riguardato tanti nostri concittadini che si sono spostati nel secolo scorso nella fine di quello ancora prima, verso le americhe e verso l’Australia, oppure quelle che oggi interessano l’Italia da parte delle popolazioni del nord Africa. A volte non sono solo gruppi sociali isolati a ricercare migliori condizioni, ma interi territori che non potendosi svuotare utilizzano la vecchia massima “Se Maometto non può andare alla montagna, allora la montagna va da Maometto”: è il caso della cosiddetta secessione sannita di cui si dibatte in questi giorni anche nella nostra comunità guardiese.

Prima di affrontare l’argomento bisogna fare un passo indietro lungo 150 anni.

150 anni fa, forse più correttamente 151 anni fa, si costituì la provincia di Benevento strappandola come  una promessa di Garibaldi a Salvatore Rampone nella condizione in cui la città di Benevento fosse stata liberata dal dominio papale prima della conquista di Napoli da parte dello stesso Garibaldi. E così fu che in fretta e furia, con un compasso, si definì il territorio della nuova provincia. Le popolazioni di diversi territori non furono d’accordo adducendo motivazioni diverse, ma fatto sta che la provincia fu costituita ed inizio un percorso di integrazione e di costruzione di una identità fondata sulla unitaria provenienza sannita. Successivamente in epoca repubblicana, furono definite le regioni, ed il 7 e 8 giugno del 1970 furono tenute le prime elezioni regionali. La provincia di Benevento fu inserita nella Campania nel 1947 dalla Commissione per la Costituzione ed il Molise fu accorpato con l’Abruzzo. Il Molise riuscì solo nel 1963 ad avere l’autonomia, e la provincia di Benevento rimase imprigionata nella Regione Campania. Già dai primi passi amministrativi della Regione Campania cominciarono le insofferenze della provincia di Benevento verso la neocostituita regione. La forza numerica e la storia riferibile alla città di Napoli, una delle principali città europee, ha sempre fatto si che le risorse disponibili si impegnassero per la città capoluogo di regione a discapito delle aree interne ritenute marginali e poco sviluppate. Si è sempre posta questa questione nel corso degli ultimi decenni della Napoli Matrigna e della Cenerentola Provincia di Benevento in una parola del Napolicentrismo della Campania.

Ciò ha sempre determinato una sorta di avversione verso la Regione Campania che portò negli anni novanta ad un dibattito di fuoriuscita della provincia di Benevento dalla Campania ed una aggregazione con la Regione Molise. Dibattito che negli ultimi mesi sta di nuovo diventando di attualità con un forte profilo ideologico e poca valutazione dei pro e contro rispetto alla fuoriuscita della provincia di Benevento dalla Campania. Intanto c’è la questione dello svuotamento della provincia di Benevento come istituzione che, secondo le norme in approvazione alle Camere, diventerà un ente di una nullità spaventosa. Allora che fare!!? In questa situazione ritorniamo alle questioni di 151 anni fa, come una molla che compressa per tanti anni, venendo meno la forza che la teneva ferma, tende a ritornare allo stato iniziale, così iniziano le discussioni sui territori perchè di restare con la Campania ed una Napoli così distante non va proprio giù. Ed allora il Tammaro discute di andarsene con il Molise, il Fortore con la Puglia, alcuni territori più vicini a Terra di Lavoro sta bene rimanere con la regione Campania, ….. ci manca solo che la città di Benevento chieda di essere di nuovo riannessa allo Stato Pontificio. A dare il “LA” il comune di Colle Sannita che ha preso l’iniziativa che porta al referendum previsto dalle norme per lasciare la Campania ed andare con il Molise. Cosa succederà poi ……!? Intanto dico la mia. Il territorio della provincia di Benevento deve restare unito perchè 150 anni non sono passati invano, e deve essere talmente unito da essere in grado di articolare proposte credibili e coerenti in grado di assicurare sviluppo sostenibile e duraturo… e lo deve fare dove sta e cioè nella Regione Campania. Ci sono tanti motivi che mi spingono a dire questo: il primo la regione Molise non è che stia meglio della Campania, basta seguire la cronaca molisana per rendersene conto e prendere atto che è una regione fondata sulla spesa pubblica infatti ha la più alta percentuale di personale pubblico a tempo indeterminato per abitante; unica regione a non aver approvato il PAR-FAS perchè non procede al piano di rientro della spesa sanitaria (ndr gli ospedali del molise sono tra i più costosi d’Italia) in quanto dovrebbe razionalizzare la spesa con la chiusura di alcuni ospedali, fonte di clientela e voti; si perderebbero opportunità legate ai fondi comunitari, in quanto il Molise è fuori dalle regioni ex obiettivo uno; per quanto riguarda poi i settori produttivi che ci riguardano più da vicino, una cosa è essere nella vitivinicultura campana cosa molto più riduttiva esserlo nel Molise. E ci sarebbero tante altre motivazioni! Ma il dibattito è aperto …… forse sarebbe il caso di cominciare a parlare seriamente di come strutturare in maniera efficace la rappresentanza democratica e la responsabilità amministrativa sui territori, guardando fattivamente al futuro delle nuove generazioni, al posto di perdersi in vecchie idee dal sapore demagogico.

Carlo Falato

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