Dieci anni orsono, il 19 gennaio 2000, fra odio inestinguibile e indomato amore, moriva di crepacuore nella baia di Hammamet Bettino Craxi, primo socialista divenuto premier in Italia.
Un grande socialista che per un quarto di secolo ha rappresentato la punta più avanzata e più vigorosa del socialismo democratico e riformista in Europa e nel mondo. Morì in Tunisia perché gli fu impedito di tornare in Italia per sottoporsi alle cure di cui aveva assoluto bisogno. Nemmeno al peggiore dei criminali è stata riservata tanta crudeltà e tanta ferocia da parte del democratico e civilissimo Stato italiano. E' stato infangato, trattato come un ladro, costretto a morire lontano dal suo popolo e dal suo Paese (che amava di più di ogni cosa). Craxi era stato bandito dalla comunità democratica e dagli organi di informazione come fosse un appestato. Non doveva aver voce comunque e tutti dovevano dimenticare che quell'uomo aveva sconfitto il duopolio politico della DC e del PCI; che aveva quasi azzerato l'inflazione che era arrivata quasi al 20 per cento, che aveva portato l'Italia al quinto posto nell'economia del mondo, che aveva vinto la battaglia del terrorismo, che aveva riscritto il concordato tra Stato e Chiesa esaltando la libertà di coscienza, che aveva rotto il monopolio statalista dei mezzi di comunicazione, che aveva gettato davvero le basi dell'Unione Europea e che, pur convinto filo-americano, non s'era fatto umiliare dagli americani (la storia di Sigonella è a tutti ben nota).
Un grande statista che il 3 luglio del '92 pronunciò alla Camera dei Deputati il suo ultimo memorabile discorso davanti agli attoniti colleghi parlamentari e che, in poche parole, era un atto di accusa tremendo verso la politica tutta. Ma anche e, soprattutto, un'autocritica forte e sincera che nascondeva al contempo il dramma di un uomo che aveva capito di essere stato scelto come capro espiatorio da sacrificare sull'altare di quella falsa rivoluzione fatta passare sotto il nome di Mani Pulite che a circa 20 anni di distanza non ci ha dato né giustizia né verità.
Un grande Presidente che arrivò alla guida del Paese in un momento di grave crisi economica e che al programma dell'austerità (proposta dall'on. Berlinguer) considerata come sola via d'uscita dalla crisi seppe contrapporre gli incentivi alla ripresa industriale per far uscire il Paese dalla recessione e dalla stagnazione. Un grande modernizzatore che non esitò a far votare "si" ai socialisti quando si doveva decidere l'ingresso dell'Italia nello Sme (primo passo verso la moneta unica). E, a tal proposito, non può essere dimenticato che solo il senso di responsabilità del Presidente Bettino Craxi evitò che l'Italia perdesse il treno dell'Europa (ferocemente osteggiata dall'allora Partito Comunista Italiano).
Amedeo Ceniccola
Fondazione "B. Craxi" - Benevento
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