Governo rosso-giallo: il coraggio di una scelta ad alto rischio

pubblicato in: Notizie dal Sannio | 0
  
  

Noi Democratici, in larga parte, eravamo convinti dell’impossibilità di un’alleanza con i 5Stelle. Molteplici le ragioni che ci orientavano in tal senso. È noto, ad esempio, che il PD nasca a vocazione maggioritaria in coerenza con il disegno di perseguire e attuare una grande riforma istituzionale ispirata ai modelli anglosassoni. È parimenti noto come quel disegno si sia arrestato con il Referendum del 4 dicembre 2016. Ne è seguita, tra le altre cose, una legge elettorale dall’impianto per 2/3 proporzionale. Il 4 marzo 2018, poi, ha consegnato al paese la netta vittoria dei 5Stelle (32,68%), con il PD secondo partito (18,76%) e la Lega terza forza (17,35%) nell’ambito di una coalizione, la destra-centro, risultata prima su base percentuale. In una condizione in cui nessuno aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei due rami del parlamento, il Partito Democratico, principale forza del governo uscente, valutò giusto e salutare stare all’opposizione, lasciando ai vincitori, i 5Stelle, e alla Lega, protagonista del maggior incremento di consenso relativo (+13%), l’onere e l’onore di gestire la cosa pubblica.

Dopotutto, il PD aveva subito una cocente sconfitta (-7% rispetto al 2013), aveva altresì un segretario dimissionario e un prossimo (non facile) congresso da organizzare e celebrare. Inoltre, un ipotetico accordo (che pure si prospettò) avrebbe visto i Democratici in condizioni totalmente ancillari nei confronti degli allora baldanzosi vincitori che, con piglio torquemadesco, previa opera di pubblica abiura, avrebbero tutt’al più concesso la commutazione delle perenni pene nelle «purghe del secondo regno

[onde]

di salire al ciel diventar degn(i)».

Nasce così, dopo tre mesi di estenuante trattativa – in quei lunghi giorni le espressioni «fame di poltrone» e «mercimonio» risultano incredibilmente espunte dal vocabolario socialmediatico – il governo sovranista-populista gialloverde. Tuttavia, affinché ciò si realizzi compiutamente, deve consumarsi un «ribaltone». Infatti, i collegi uninominali vinti dalle Lega recavano in grembo anche i voti di Forza Italia (14%), Fratelli d’Italia (4,3%) e Noi con l’Italia (1,3%). Salvini, ancora piccolo Truce, non esitò e traslocò (ribaltò!) i propri parlamentari, eletti insieme agli alleati, nel «contratto di governo» con i nemici 5Stelle.

Succede che, dopo soli 14 mesi e contro ogni pronostico dei consueti politologi (governeranno 20 anni, il nuovo bipolarismo, etc.), il governo sovranista-populista, ad ogni evidenza esangue, cozzi contro i propri fallimenti, di cui almeno tre molto gravi, oggettivi, fattuali e facilmente rincontrabili.

La leadership leghista, messasi alla guida dell’internazionale «sovranista», visegradiana e filorussa, pur raggiungendo il 34% dei consensi in Italia, è sonoramente sconfitta alle elezioni del 26 maggio causando, per la prima volta dal 2º dopoguerra, l’isolamento europeo e atlantico dell’Italia. Sul tema dell’immigrazione, a dispetto della propaganda pataccara del Truce, si registra un «crollo» dei rimpatri cui si aggiunge, per effetto del citato isolamento continentale, l’impossibilità di avviare qualsiasi discussione che contempli un’effettiva gestione e redistribuzione europea dei migranti. Facendo seguito a 11 mesi consecutivi di contrazione della produzione manifatturiera, il paese ripiomba in recessione. Meno – 0,1% secondo l’Istat. L’Italia è pertanto sostanzialmente in stallo! Il Truce, complice (si presume) la canicola agostana, decide di far saltare il banco. Sfiducia il governo, di cui è abilmente divenuto magna pars, «invocando», a parlamento chiuso, elezioni immediate e «pieni poteri». A parte il furbo e inedito timing scelto (ferragosto), si tratta, è superfluo rilevarlo, di chiare brame plebiscitarie poco coerenti con il nostro orizzonte costituzionale. Roba che richiama alla mente le ore più buie del secolo breve.

In ogni caso, l’imprevista e improvvisa deflagrazione prodotta, cui seguono i blitzkriege di Renzi e Grillo, letteralmente «stravolge il quadro politico italiano».

Lo scenario che si prospetta dinanzi è presto detto: assecondare le mire putiniane del Truce o, nel rispetto della Costituzione, contrastarle con intelligenza? Ovvero, agire, nella piena legittimità costituzionale e parlamentare, per sterilizzare il Truce prosciugando il brodo di coltura nel quale si alimentano, cinicamente allevate, gran parte delle condizioni del suo (già ex?) incrementale consenso.

Assecondare il colpo di mano del Truce avrebbe comportato, probabilmente, la netta vittoria della peggiore destra sovranista d’Europa (truci & meloni), guerra all’UE, Italexit con irreparabile danno per il risparmio degli Italiani, un Presidente della repubblica «Bolsonaro style», razzismo dilagante e machismo fascio e farlocco elevato a «cultura e stile» di governo della tuttora settima potenza economica del pianeta. D’altro canto, immaginare di contrastare Salvini facendo ciò che lui chiede e pretende sarebbe affine, per dirla con Grillo, alla «coerenza dello scarafaggio» o alla cieca rigidità dei «kamikaze».

  
  

L’alternativa, innegabilmente faticosa e molto complicata, è quella di organizzare un Governo di ampio respiro che agisca su due tempi. Nell’immediato, metta in sicurezza il Paese – evitando l’esercizio provvisorio – e disinneschi l’incremento di 3,2 punti dell’IVA che, oltre al salasso di mille euro annui a famiglia, causerebbe una restrizione dei consumi con effetti recessivi non dissimili dal biennio post crisi dei mutui subprime. (Non è che Salvini sia scappato dal governo anche per sfuggire dalla responsabilità di dare seguito alle sue false promesse nella prossima legge di bilancio?).

Nel medio periodo, un governo che implementi politiche tese a fermare e invertire il declino del paese, che è a un tempo decremento della capacità di produrre ricchezza (scarsa competitività del sistema) ed esplosione delle disuguaglianze, in un contesto, europeo ed internazionale, non più di evidente ostilità all’Italia, così come esperita e subita, sino ad oggi, per effetto delle dissennate dichiarazioni/azioni  del Truce. È patrimonio comune, ormai, che nei prossimi mesi cambierà il paradigma economico della Commissione Europea con la revisione del Patto di stabilità. La spesa per investimenti, in toto o in parte, sarà espunta dai parametri di bilancio. L’Italia che, con il PD e i 5Stelle, ha contribuito in modo determinante all’elezione della Presidente, Ursula von der Leyen, potrà di nuovo sedere al tavolo che conta con rinnovata autorevolezza. Un’occasione unica per reperire le risorse funzionali a conferire una graduale svolta green alla nostra economia che, senza tracimare nel furore ideologico, poggi su un programma d’investimenti volti ad evolvere e ripensare  le categorie del nostro sistema produttivo.

Invero, ci sarebbe anche un «terzo tempo» che da solo ripagherebbe, per intero, il rischio assunto con la formazione del governo rosso-giallo: la «ricomposizione» del paese. Ci riferiamo alla responsabilità di farsi carico di una serie di Politiche su larga scala, rigorose e convergenti, protese alla dimensione lato sensu culturale e civica dell’Italia, oggi abbondantemente in frantumi. Occorrerebbe l’ardire e la sfrontatezza di giocare la partita su un campo molto più ampio, rimettendo le mani, come è stato detto,  sulle «grandi idee» e sui modelli di vita e di società del paese. Immaginare, ad esempio, un «piano Marshall» per la scuola pubblica che abbatta la dispersione scolastica in un quadriennio, recuperare alla piena cittadinanza chi abita le aree interne della penisola, arrestare l’emorragia di ragazzi e civiltà dal Mezzogiorno e pretendere qualità delle istituzioni e del dibattito pubblico, non per snobismo ma per sano «egoismo collettivo»! Dovrebbe ormai esser manifesto ai più che l’indebolimento e la delegittimazione delle istituzioni finiscano per riverberarsi, depotenziandole oltremodo, sulle capacità di investire e di innovare di un sistema statuale.

In tutto questo il Partito Democratico, partendo da posizioni diverse, ha saputo muoversi coralmente. Renzi ha avuto il coraggio di mettere la faccia su un’operazione difficilissima per mandare a casa quel Truce che, specie negli ultimi mesi, aveva assunto linguaggi e modi sempre più illiberali, pericolosi, fascistoidi! I «pieni poteri», la «pacchia è finita», rivolto a donne vittima di violenza, il cinismo strumentalmente securitario nei confronti degli ultimi e dei disperati, le oscure e mai spiegate relazioni con la Russia putiniana e la truffa dei 49 milioni di euro sono gli esempi più lampanti di una deriva non più sostenibile per l’Italia repubblicana, democratica, costituzionale, solidale, laica, europeista e atlantista.

Zingaretti, inizialmente poco convinto dell’ipotesi di accordo, ha saputo condurre magistralmente il Partito Democratico verso un’impegnativa unità. Faticosa da raggiungere ma sostanzialmente vera. Il PD ha messo da parte le discussioni interne, spesso di tipo ombelicale, assumendo su di sé, con estremo coraggio, la responsabilità e il rischio di un percorso irto di insidie che anteponesse, ai legittimi interessi di ognuno, il destino e il bene dell’Italia: difendere la democrazia costituzionale, l’appartenenza all’Europa e il risparmio dei cittadini dalle velleità del piccolo Putin del Papeete che aveva immaginato, da un Beach Club, di disporre a suo piacimento delle istituzioni repubblicane.

Sarà una passeggiata? No, ma l’alternativa sembra essere molto cupa e dai funesti presagi. Sarà pertanto necessario, da parte di tutti e di ciascuno, tanta generosità e autentico reciproco rispetto. Poi, dosando a piene mani saggezza, pazienza, capacità di ascolto e lungimiranza, potrebbe persino accadere che, in un ragionevole lasso di tempo, si produca una reciproca contaminazione che scambi freschezza e stille di benefico populismo con autorevolezza istituzionale e competenza politica.

Giovanni Cacciano

Vice Segretario Provinciale PD

* P.S. La Direzione Nazionale ha la facoltà e la piena legittimità politica di modificare, mutato il contesto, la linea politica. È il funzionamento della democrazia rappresentativa che vale anche per gli organi di partito democraticamente eletti. Può capitare di non essere d’accordo con le deliberazioni della maggioranza. Si dissente senza operare inutili, inopportune, narcise ed ennesime scissioni. Senso del pudore, tuttavia, vorrebbe che il brillante Calenda, cui in passato non sono mancati i nostri apprezzamenti, si dimetta anche da Strasburgo. Pare, invece, preferisca rimanere nel gruppo europeo dei Socialisti e Democratici. Scelta non inedita che conta, ahinoi, celebri interpreti, dall’itinerante, divenuto ligure, Cofferati (perse le primarie, si scisse dal PD!) sino ad arrivare a qualche compagno partenopeo…

VN:F [1.9.16_1159]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
Print Friendly