
In esilio in Tunisia, volle che sulla sua tomba fosse inciso l’epitaffio “La mia libertà equivale alla mia vita”
Aveva 66 anni, Bettino Craxi, storico leader del Partito Socialista Italiano, quando morì, il 19 gennaio 2000, in esilio ad Hammamet, in Tunisia. Vi si era trasferito in seguito all’inchiesta di Mani Pulite, che aveva travolto lui e il Psi mettendo fine alla Prima Repubblica.
Si occupò di politica sin dalla giovane età, scalando negli anni le gerarchie del partito, fino a conquistarne il vertice. Con lui il Psi prese progressivamente le distanze dal Partito Comunista, ritagliandosi una posizione terza nel tradizionale dualismo tra sinistra e Democrazia Cristiana.
Deputato, ricoprì anche incarichi di governo, come ministro del Bilancio (1984) e presidente del Consiglio.
Il momento peggiore della sua carriera arrivò agli inizi degli anni Novanta, all’esplodere di Tangentopoli, quandoi le indagini scoperchiarono un radicato sistema di malaffare e corruzione che aveva proprio il Psi, oltre che la Dc, tra i suoi collettori. Craxi fu chiamato in causa in tutti i procedimenti più importanti e clamorosi, anche se sempre respinse l’accusa di aver incassato personalmente tangenti. Il 30 aprile 1993, a Roma, una folla inferocita assediò l’Hotel Raphael, sua residenza romana, bersagliandolo di insulti e monetine. Nel 1994 iniziò a circolare la voce del suo possibile arresto: fi allora che Craxi scelse, in segreto, di trasferirsi in Tunisia, nella sua villa di Hammamet. Avrebbe così evitato il carcere e una possibile estradizione.
Dichiarato latitante, venne condannato in via definitiva a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi in quello per le tangenti della Metropolitana Milanese. Altre indagini vennero archiviate, altre finirono in prescrizione, in altri processi venne assolto.
Alla sua morte, il suo corpo rimase ad Hammamet, ed è lì che riposa ancora. Sulla sua tomba, per sua volontà, fu scolpito l’epitaffio “La mia libertà equivale alla mia vita”.
Giornalista
















