Accadde oggi: 25 febbraio 1841, nasce Pierre-Auguste Renoir, artista della joie de vivre

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“Dispongo il mio soggetto come voglio, poi mi metto a dipingerlo come farebbe un bambino. Voglio che il rosso sia sonoro e squillante come una campana, quando non ci riesco aggiungo altri rossi ed altri colori finché non l’ottengo. Non ci sono altre malizie. Non ho regole nè metodi; chiunque può esaminare quello che uso o guardare come dipingo, e vedrà che non ho segreti. Guardo un nudo e ci vedo miriadi di piccole tinte. Ho bisogno di scoprire quelle che fanno vibrare la carne sulla tela. Oggi si vuole spiegare tutto. Ma se si potesse spiegare un quadro non sarebbe più arte. Vuole che le dica quali sono, per me, le due qualità dell’arte? Dev’essere indescrivibile ed inimitabile… L’opera d’arte deve afferrarti, avvolgerti, trasportarti”.

Oggi il mondo che ama l’arte ricorda la nascita di uno dei più grandi pittori di sempre, Pierre-Auguste Renoir, nato il 25 febbraio 1841 a Limoges, e morto il 3 dicembre 1919 a Cagnes-sur-Mer, cittadina del sud della Francia dove oggi è presente il Museo a lui dedicato. Artista prolifico, Renoir ha eseguito oltre mille dipinti dallo stile, caldo e sensuale, che ha permesso alle sue opere di essere tra quelle più note e frequentemente riprodotte nella storia dell’arte, da cui scaturiscono gioia di vivere e felicità di godere della vita. Già a quattordici anni, dimostrò interesse per l’arte, e per tale motivo fu indirizzato dal padre alla decorazione della porcellana, campo nel quale riuscì benissimo. Nel 1862 fu ammesso all’Ecole des Beaux-Arts, ove conobbe Alfred Sisley, Frédéric Bazille e Claude Monet, con i quali iniziò presto a recarsi a Fontainebleau per dipingere en plein air. Nel 1873 insieme ad altri pittori creò la Società anonima cooperativa di artisti, pittori, scultori, incisori, etc. che nel 1874 organizzò la prima esposizione degli impressionisti presso lo studio del fotografo Nadar. Nel 1880 incontrò a Parigi Aline Victorine Charigot, che diventò ben presto la sua modella, la sua amante e la sua sposa. Viaggiò molto in Algeria e in Italia: fu proprio nel Bel Paese che rimase colpito dai dipinti di Raffaello e dagli affreschi di Pompei, affascinato dallo stile classico e rinascimentale che influenzarono, da quel momento, anche il suo stile personale. Nei primi anni del ‘900, colpito da frequenti reumatismi, si trasferì nel sud della Francia per trovare un clima più mite. Fu colpito da artrite reumatoide alle mani e ai piedi ma, seduto su una sedia a rotelle, continuò a dipingere facendosi legare un pennello alla mano più ferma.

Nonostante le avversità che lo colpirono durante la sua vita, le sue opere avevano tutte in comune ottimismo e gioia di vivere, perché la felicità non si misura in base alla ricchezza o al denaro ma in base alle piccole grandi cose come un pranzo in compagnia, o un ballo tra amici. I suoi soggetti danzano, si divertono, ridono, godendo della vita. Anche Renoir amava dipingere en plein air, metodo pittorico in voga soprattutto nell’Ottocento europeo, largamente utilizzato dagli impressionisti, che così riuscivano a cogliere la vera essenza delle cose, illuminate dalle sfumature della luce. A differenza degli altri artisti impressionisti, però, Renoir prediligeva avere come soggetto l’uomo, ripreso in situazioni intimistiche, e soprattutto la donna. Verso la fine del 1860, tramite la pratica en plein air, assieme al suo amico Claude Monet, Renoir scoprì che il colore delle ombre non è marrone o nero, bensì corrisponde al colore riflesso dagli oggetti che le circondano.

Uno dei più noti dipinti impressionisti di Pierre-Auguste Renoir è Il Ballo al Moulin de la Galette, del 1876 nel quale viene rappresentata una scena all’aperto, affollata di gente in un ballo popolare. La vera protagonista del quadro è la felicità e la spensieratezza dei parigini. Il Moulin de la Galette era un locale frequentato da ricchi quanto da classi meno avvantaggiate, che lì si recavano per ballare, bere, mangiare, discutere.
Tutte le sue opere sono un inno all’ottimismo, al godere la vita, in cui la vera felicità è fatta di piccole cose, da vivere fino in fondo.

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