Accadde oggi: 26 maggio 1595, muore San Filippo Neri, il “giullare di Dio”

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Sin da piccolo lo chiamavano “il Pippo buono”, per il suo carattere particolarmente gioviale e generoso, allegro, altruista e sempre di buon umore, anche se non era molto devoto alla Chiesa. Nutriva una singolare tenerezza verso il prossimo, sin da bambino, anche se si ricorda un curioso aneddoto della sua vita familiare: quando aveva otto anni, litigò con la sorella che l’aveva disturbato in un momento di riflessione, gettandola dalle scale. Qualche tempo dopo, come per contrappasso, vedendo un asino carico di frutta fermo a mangiare l’erba di un prato, gli saltò sulla groppa per cavalcarlo ma il povero animale, non appena egli si fu seduto, cominciò a muoversi agitatamente, finché il bambino cadde dentro un pozzo molto profondo. I suoi genitori erano certi che lo avrebbero trovato in fin di vita, mentre il piccolo Filippo non subì nemmeno una ferita. Fu quando negli anni giovanili entrò nel convento di San Marco a iniziare il suo contatto con la spiritualità del Savonarola. All’età di diciotto anni Filippo Neri lasciò la sua città, Firenze, per recarsi a lavorare in Campania presso un parente. Eppure, ben presto, scelse un’altra destinazione, Roma, la città del Papa. Roma non era una città vivibile come la sua Firenze: era corrotta e pericolosa, eppure navigava sotto il passaggio di continui mutamenti, anche e soprattutto dal punto di vista religioso. Erano gli anni della Controriforma e del Rinascimento, epoca che vide pian piano affievolirsi a favore del Barocco.

Inizialmente, Filippo si impegnò come precettore in casa di un uomo d’affari fiorentino, frequentando, fra l’altro, corsi di teologia e filosofia all’Università La Sapienza, visitando di continuo i luoghi frequentati dai primi cristiani, come le catacombe o le antiche basiliche. All’età di 36 anni fu consacrato sacerdote ed entrò a far parte della comunità dei preti della chiesa di San Girolamo della Carità. Qui radunò attorno a sé un gruppo di ragazzi di strada, ma anche di giovani provenienti da famiglie facoltose, li aiutò ad avvicinarsi alle celebrazioni liturgiche e li fece divertire, cantando e giocando, che fossero maschi o femmine poco importava. E si divertivano davvero con lui, perché lui sapeva far divertire loro: aveva un carattere allegro e burlone, tanto da essere chiamato il “santo della gioia” o il “giullare di Dio”. Colto, creativo, amava accompagnare i propri discorsi con un pizzico di buon umore e ironia. Confessava e si rapportava allo stesso modo sia poveri che ricchi. Le penitenze che dava erano sempre singolari, in modo che, chi aveva peccato, non lo avrebbe rifatto. Un aneddoto ci racconta come a una donna, che aveva il vizio di sparlare degli altri, fu comandato di spennare per strada una gallina morta e poi di raccoglierne tutte le penne volate via. Alla richiesta del perché da parte della donna, rispose che questo era come il suo sparlare, le sue parole si spargevano ovunque ma non si potevano raccogliere più tutte.

La sua Congregazione si differenziò da tutti gli altri ordini religiosi ed era una compagnia di persone appartenenti a stati diversi, come laici, preti, poveri, nobili, e legati da una stretta amicizia. Molti tentarono di farlo cedere e cadere, addirittura una volta dei giovani scapestrati lo invitarono in una casa, in cui erano presenti donnine di facili costumi, eppure la purezza di Filippo ebbe la meglio. Qualche anno più tardi anche la famosa famosa Cesaria, nota più per la sua bellezza che per le sue virtù, volle per gioco scommettere con gli amici che sarebbe riuscita con le sue arti ammaliatrici a farlo capitolare. Gli fece credere di essere inferma e lo invitò a casa sua per una confessione. Quando Filippo arrivò nella sua stanza, trovandola vestita con un unico indumento trasparente, si diede alla fuga e la donna, scoperta, si vendicò tirandogli dietro un pesante sgabello. In seguito, Filippo disse ai suoi discepoli che “le tentazioni si vincono resistendo ad esse, ad eccezione di quelle carnali, dove è solo fuggendo che si hanno gloriose vittorie”. Tra il 1381 e il 1595 si ammalò più volte. Nell’aprile del 1595 venne colpito ancora più gravemente dal male tanmto che Federico Borromeo, suo fedele amico, si recò a Roma per amministrargli personalmente l’eucaristia. La notte del 26 maggio 1595, colpito da una grave emorragia, Filippo Neri morì.

Il miracolo che gli si attribuisce risale al 16 marzo 1583: quel giorno Paolo, figlio di Fabrizio, della famiglia dei Massimo, morì dopo una lunghissima malattia. Padre Filippo, che avrebbe voluto assisterlo negli ultimi istanti, arrivò troppo tardi. Non poteva fare altro che raccogliersi in preghiera. Ma dopo qualche minuto fra lo stupore generale la sua voce risuonò sul brusio della camera: chiamava il ragazzo quasi volesse destarlo dal sonno. Paolo riaprì gli occhi e cominciò a confidarsi con il santo. Filippo gli domandò se fosse morto volentieri e lui rispose di sì, perché avrebbe raggiunto in cielo la sorella e la madre. “E allora va’ in pace…” esclamò il sacerdote mentre il ragazzo chiudeva gli occhi “[…] e che sii benedetto e prega Dio per me”.

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