
Una cannonata sparata dall’artiglieria veneziana colpì un monumento allora considerato un punto fermo della cultura mondiale
Il Partenone di Atene, antico tempio simbolo di armonia e perfezione di movimenti, rimase intatto per circa diciassette secoli, inizialmente come chiesa cristiana, poi moschea turca e infine deposito di polveri, finché non saltò in aria la sera del 26 settembre 1687 a causa di una cannonata sparata dall’artiglieria veneziana. Quel giorno i veneti demolirono quello che oggi è uno dei luoghi più visitati al mondo, ammirato ogni anno da migliaia di turisti, monumento che domina dall’alto dell’Acropoli su una città ormai profondamente modernizzata.
“L’abbiamo fatta grossa! Non si può distruggere la più bella antichità del mondo in una Atene ornata di antiche vestigia di celebri ed erudite memorie”, furono le parole di Francesco Morosini che il giorno dopo l’esplosione continuava a non darsi pace. Cercava di giustificarsi dicendo di aver colpito il Tempio di Minerva, o Atena, per sbaglio, ma non fu un errore, perché lo splendido Partenone fu preso di mira volutamente. Un solo colpo per sbriciolare un’eterna opera d’arte e si sa, purtroppo, che statue, fregi, monumenti, simboli d’arte non sempre sono eterni. Una notizia più che scioccante che fece rabbrividire l’intera Europa. Non era un monumento anonimo preso a caso, ma un punto fermo del patrimonio culturale mondiale.
Tra la Repubblica di Venezia e l’Impero ottomano, da tempo, i rapporti erano di amore e odio. Un colpo di una bombarda da 500 libbre centrò in pieno il deposito della polvere da sparo distruggendo gran parte dello storico e leggendario edificio dell’antichità classica, uccidendo 300 persone e provocando un vasto incendio che durò alcuni giorni. Franarono tre muri e molte sculture e fregi andarono in pezzi, crollarono ventotto colonne e i locali interni adibiti a chiesa e poi a moschea furono devastati. I frammenti del tempio vennero proiettati a centinaia di metri di distanza.
Giornalista
















