Streghe e janare: i contributi del prof. Gino Di Vico e dell’illustre Abele De Blasio

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Riceviamo e pubblichiamo un contributo del’insegnante Gino Di Vico, docente di materie letterarie presso l’Istituto Carafa di Cerreto Sannita, da sempre studioso delle tradizioni popolari, che tra l’altro aggiunge un estratto di un libro del grande filosofo guardiese Abele De Blasio. Considerate le diverse pubblicazioni inerenti alle streghe apparse su Fremondoweb in questi giorni, vista la passata notte di San Giovanni, Di Vico invia un breve contributo personale sull’argomento.

Ecco l’eterno ritorno delle streghe e della stregoneria prendere forma, in questo orizzonte presente fatto di precarietà esistenziale, come un elemento della tradizione, di un passato prossimo più sicuro e rassicurante. Le streghe non sono mai esistite, la stregoneria sì! La stregoneria ha creato la strega, non sono streghe o stregoni: Circe, Cassandra, Tiresia, la Sibilla, Medea, Calipso; sono streghe quelle che la stregoneria fa diventare streghe, quelle che la stregoneria costringe a chiamarsi streghe e la stregoneria si colloca nell’orizzonte storico medioevale quando, ancora una volta, sono le donne il capro espiatorio di un tempo “buio”. La donna, che l’ascetismo, considerava uno dei più grandi pericoli perché si portava addosso tutta la colpa del peccato originale che la rendeva, se non l’unica: la migliore interlocutrice del demonio. Del resto erano loro stesse a denunciarlo nei disumani tribunali della Santa Iquisizione dove, dopo le più inenarrabili sevizie, speravano in un ultimo atto di umanità dei loro carnefici se avessero confessato che: Sì! S’erano accoppiate col demonio caprone e con lui avevano viaggiato a cavallo del suo membro enorme che la Chiesa non poteva denunciare come tale e come, gli era congeniale, trasmutava il pagano pene in una più cristiana scopa. Le donne perché neanche l’amore per la madre di Cristo le aveva liberate dalla loro condizione di ancestrale sudditanza, di storica sottomissione, di culturale subalternità che le rendeva prede di sindromi morbose, morbi psichiatrici riconducibili ad alterazioni che trovavano, spesso, nelle espressioni psico-somatiche la risoluzione del male. Molte di queste sarebbero state le migliori pazienti di Freud, oggi le cureremmo come anoressiche, sonnambule, epilettiche o più in generale come “povere donne” costrette a sostenere il peso di un’esistenza più grande di loro.

Tratto da Inciarmatori, maghi e streghe di Benevento, A. De Blasio. Luigi Pierro Editore 1900La janara per combinazione compare nella società degli stupidi quando qualche povera ed onesta donna, senza saperlo, viene pel seguente caso fortuito additata come strega. In quel di Benevento è inveterato l’uso che la notte della vigilia di Natale, senza distinzione di sesso e di età, il popolino si reca nella Chiesa parrocchiale per assistere alla mettitura del Bambino e spesso succede che le più vecchie, vinte dal sonno, si addormentano e resterebbero in chiesa sino al giorno fatto, se lo scaccino non andasse a svegliarle. In questo stato quelle dormienti, non sapendo dove si trovano, emettono, allorquando vengono svegliate, grida e fanno sentire delle parole sconnesse: dal che si arguisce che quelle vecchiarelle erano janare e che erano costrette a starsene in Chiesa non per il sonno dal quale furono vinte, ma perché fuori la porta della Chiesa vi era un individuo vestito da mietitore, il quale avrebbe avuto la potenza di impedire che quelle infelici fossero uscite, e così la classe delle maliarde si trova senza volerlo, aumentata di numero. E’ inutile dire che la strega di puro sangue deve essere di complessione gracile, con faccia ricca di rughe, col mento sporto innanzi e con capelli incolti.

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