Oggi è San Vincenzo, il santo che fermò l’epidemia di colera

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Oggi è Lunedì in Albis e si celebra San Vincenzo Ferreri, detto ‘O Munacone, che durante la sua carriera clericale si preoccupò soprattutto di ricomporre lo Scisma d’Occidente e di riunire la Chiesa di nuovo sotto la guida di un unico Papa.
Durante l’assedio di Avignone, il frate si ammalò gravemente e, leggenda narra, venne guarito da Gesù e San Domenico che gli avrebbero ordinato di predicare e convertire le folle in attesa dell’imminente giudizio universale. Da quel momento si dedicò alla predicazione itinerante, convertendo i peccatori, imusulmani e gli ebrei, e compì centinaia di resurrezioni: sono stati accertati più di 80 miracoli al momento del processo di canonizzazione, primato assoluto nella storia della Chiesa. Dotato di una grande capacità oratoria e votato alla penitenza, egli stesso si definiva l’angelo dell’Apocalisse. Vincenzo predicava con una straordinaria e appassionata energia, e le sue parole avevano grande presa sull’animo popolare disorientato. L’autorità dei suoi costumi gli procurava un rispetto indiscusso. A chi gli chiedeva quando sarebbe arrivato l’Anticristo e la fine del mondo, rispondeva però che nessuno conosceva il giorno e l’ora, ma che bisognava attendere con spirito di penitenza, secondo l’ammonimento del Signore: “Vegliate e pregate!”.

Nella città di Napoli, San Vincenzo Ferreri è compatrono insieme ad altri 51 e patrono del Rione Sanità, conosciuto con l’appellativo di ‘O Munacone. La sua statua è conservata nella Basilica di Santa Maria della Sanità, meglio conosciuta, appunto, come Chiesa di San Vincenzo alla Sanità. Secondo le credenze, nel 1836 la statua fu portata in processione in occasione dell’ennesima epidemia da cui venne sconvolta la città e, grazie all’intercessione del Santo, il contagio terminò prodigiosamente. Da questo evento miracoloso, ogni 5 aprile, giorno della sua morte, dopo la funzione presso la chiesa, si tiene il rito trase e jesce dedicato al santo, in cui la statua del patrono viene portata in spalla dai membri delle associazioni cattoliche locali e, saltellando a ritmo, viene fatta entrare ed uscire per tre volte di seguito dall’entrata della chiesa.

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