Immagini dal Sannio: Dante, Manfredi di Svevia e la Battaglia di Benevento

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Possiamo leggerne sui libri di storia, ma anche sulla più grande opera letteraria mai edita nel mondo: parlo della Divina Commedia, precisamente del Purgatorio, nel canto III, in cui Dante racconta l’epico episodio accaduto nella città di Benevento. Andiamo con ordine. Se parliamo di Battaglia di Benevento, in realtà dobbiamo farlo al plurale. La prima è quella del 275 a.C. che vide opporsi l’esercito romano contro quello invasore di Pirro, re dell’Epiro. La seconda, forse la più celebre, avvenne il 26 febbraio del 1266 tra Manfredi di Svevia e Carlo d’Angiò, per il possesso dell’Italia meridionale, il cui esito avrebbe deciso i destini dell’Italia, in particolare del papato, per i secoli a venire. Manfredi di Svevia guidava il partito ghibellino e il suo intento era quello di dare una unità politica all’Italia, opponendosi al papato. Il papa di allora era il francese Clemente IV. Questi chiese a Carlo d’Angiò, fratello minore del re di Francia Luigi XI, di venire in Italia e sconfiggere Manfredi. La battaglia decisiva avvenne proprio a Benevento e fu proprio lo svevo a uscirne sconfitto. Il suo corpo venne ritrovato e riconosciuto solo alcuni giorni dopo e inumato poco distante dalla Chiesa di Santa Maria della Gradella. Si trattava della classica contesa tra Guelfi e Ghibellini, Papato e Impero. Una contesa molto sentita, in quel periodo, tanto che fu al centro di buona parte della Commedia dantesca e proprio Dante dedicò a Manfredi un capitolo molto interessante. Manfredi era il degno erede di Federico II di Svevia, lo Stupor mundi, che rafforzò il potere ghibellino proprio per sconfiggere il potere papale. Manfredi stesso era un grandissimo letterato. Ampliò l’opera del padre ed era il figlio prediletto di Federico; egli non fu stupor mundi come il padre ma fu comunque amante delle lettere e degli studi scientifici, e soprattutto amò la terra dove era nato, la Puglia, scegliendo di vivere nel castello federiciano di Lagopesole. Il suo nome si lega alla città di Manfredonia che volle costruita sui resti dell’antica Siponte, a testimonianza di un futuro mediterraneo per l’antica terra di Apulia.

Alla morte del padre, Federico II, Manfredi divenne un importante punto di riferimento per i ghibellini. Vedevano in lui come la vera possibilità di potersi liberare, una volta per tutte, del potere dei Papi e dei guelfi. Per tornare alla Battaglia di Benevento, preso il controllo, Carlo D’angiò si mosse verso la parte meridionale dell’Italia. Ebbe subito la meglio con le truppe di Manfredi. Dopo essersi asserragliato a Capua, Manfredi fu costretto a riversare sé e le sue truppe a Benevento, fortificandosi lungo il Ponte Calore. Quel 26 febbraio, inizialmente sembrò che l’angioino fosse costretto a fare dei passi indietro. Gli angioini, però, si accorsero da subito che gli avversari avevano una falla nelle loro armature, che non li proteggevano sotto le ascelle. Una nota dolente per costoro che rimanevano scoperti quando, nel combattimento, sollevavano le braccia. Fu un pretesto per farli sentire oppressi dalla loro forza. Carlo e i suoi uomini si avventarono contro i nemici sul Ponte Calore e fu così che batterono in ritirata. La maggior parte dei nobili siciliani abbandonarono Manfredi, ma proprio questo, alla fine, si gettò nella mischia trovando una morte eroica, combattendo con fervido valore. Riconosciutone il corpo, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre e con lume spento, così come avveniva per gli eretici e gli scomunicati, su istigazione del vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli.

La tremenda e difficile battaglia diede così inizio alla dominazione francese di Napoli, dell’Italia meridionale e della Sicilia. Insediatosi nel suo nuovo dominio, Carlo attese la discesa in Italia di Corradino di Svevia, l’ultima speranza degli Hohenstaufen, nel 1268, per sconfiggerlo nella battaglia di Tagliacozzo, imprigionarlo e successivamente farlo giustiziare a Napoli. Ciò segnò la completa vittoria della parte guelfa. Soprattutto si diede l’avvio in tutta Italia a una feroce repressione nei confronti dei ghibellini che fece scrivere versi lapidari al sommo poeta Dante Alighieri. La sua morte venne cantata da Dante in quanto lo stesso poeta fiorentino era convinto che l’Impero fosse l’unica soluzione alla frammentazione e alla debolezza della penisola italiana. Manfredi finì nell’Antipurgatorio in quanto scomunicato dalla Chiesa, ma comunque riuscì a pentirsi prima della morte. Nel II libro del De monarchia, Dante spiega come il Sacro Romano Impero, del quale Manfredi era l’erede, fosse discendente legittimo dell’Impero Romano voluto da Dio.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Ch«[…] I’ mi volsi vèr lui e guardai ‘l fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo ave’ diviso. […]
Poi disse sorridendo: I’ son Manfredi,
Nipote di Costanza imperadrice
[…]
Se ‘l pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co’ del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
ove la trasmutò a lume spento.

Benevento, il monumento a Manfredi di Svevia

Nel loro incontro, Dante ricorda che le ossa dello sfortunato re furono disperse per volere dei religiosi, in quanto il povero Manfredi era stato scomunicato dal papa, non lasciandolo riposare “in co del ponte di Benevento, sotto la guardia della grave mora”. Queste parole di Dante sono state interpretate in vari modi, e non vi è concordanza alcuna tra le varie ipotesi del luogo di sepoltura dello svevo, così come del resto permangono dubbi sulla reale ubicazione del campo di battaglia. Nel 1921, cento anni fa, in occasione del seicentenario della morte di Dante Alighieri, a Benevento venne realizzato un monumento che ricordasse Manfredi, sull’attuale ponte Vanvitelli, verso la campagna, luogo che la maggior parte degli studiosi indica come quello della celebre battaglia. che, secondo diversi studiosi, potrebbe coincidere con il luogo della probabile sepoltura del re svevo. L’opera portò la firma del professore Nicola Silvestri, artista beneventano. Su una stele marmorea venne collocato un bassorilievo di bronzo con l’immagine dell’incontro nel Purgatorio tra Manfredi e Dante. Un monumento che non ebbe molti consensi e che venne eliminato fino a che fu deciso di ripristinarlo, realizzandolo ex novo, su disegno architettonico di Renato Bardoni, mentre il bassorilievo con l’incontro tra Dante e Manfredi fu realizzato dallo scultore Bruno Mistrangelo. Una curiosità: soltanto in seguito alla morte di Manfredi, i popoli oppressi dal dominio angioino, pentiti della grave dipartita, lo ricordarono così: “O re Manfredi, non ti abbiamo conosciuto vivo; ora ti piangiamo estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siamo caduti sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo infine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto fosse dolce il governo tuo, posto in confronto dell’amarezza presente. Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze pervenisse alle tue mani, troviamo adesso che tutti i nostri beni, e quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera!”

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