Immagini dal Sannio: l’acquedotto carolino e i ponti della Valle

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L’acquedotto Carolino è noto anche come acquedotto di Vanvitelli e gli abitanti della zona, nel casertano e nel beneventano, in modo molto familiare, lo chiamano anche “i Ponti della Valle”, pur riferendosi all’intero complesso architettonico, proprio per via del ponte che lo rappresenta nella zona di Valle di Maddaloni. Si tratta dell’acquedotto nato per alimentare il complesso di San Leucio e che fornisce anche apporto idrico alla Reggia di Caserta, al parco, al giardino inglese e al bosco di San Silvestro, prelevando la sua acqua alle falde del monte Taburno, precisamente dalle sorgenti del Fizzo, nel territorio di Bucciano, in provincia di Benevento, e trasportandola lungo un tracciato che percorre 38 km.

Un’opera imponente, magnifica direi, che risalta alla vista e al cuore di chi, guidando, si imbatte in esso lungo la strada. Un’opera che ha richiesto ben sedici lunghi anni di lavori e il supporto dei più importanti studiosi e matematici del Regno di Napoli, primo fra tutti Luigi Vanvitelli. Maestoso frutto di ingegneria idraulica che è stato riconosciuto come una delle opere di maggiore interesse architettonico e ingegneristico del XVIII secolo. I lavori dell’acquedotto progettato da Luigi Vanvitelli su commissione di re Carlo di Borbone, da cui il nome Carolino, cominciarono nel marzo del 1753. Re Carlo chiese all’architetto di realizzare una grandiosa impresa di ingegneria idraulica che già all’epoca destò l’attenzione di tutta Europa ed è ancora considerata una delle più importanti opere realizzate dai Borbone.

Il 2 agosto 1754 re Carlo conferì ad Airola il titolo di città come ricompensa per lo sfruttamento delle sorgenti di Bucciano, che all’epoca era un casale della stessa Airola, appartenuta in precedenza al Principe della Riccia e poi donate al Re. Nel 1770 furono completati i lavori con una spesa complessiva di 622.424 ducati e grazie al suo ingegno, l’acquedotto non solo ha soddisfatto le esigenze del complesso di San Leucio, ma ha contribuito allo sviluppo di molteplici iniziative imprenditoriali che sfruttavano la forza motrice dell’acqua, ad esempio i numerosi mulini impiantati lungo il percorso dello stesso. L’acquedotto finito fu inaugurato il 7 maggio 1762.

L’opera è effettivamente un impianto architettonico di pregio notevole e dal 1997 è patrimonio mondiale dell’UNESCO, assieme alla reggia di Caserta e al complesso di San Leucio. Dopo aver captato le sorgenti nella “piana di Airola”, Vanvitelli dovette attraversare il piccolo fiume Faenza, oggi chiamato Isclero e, a cavallo dell’attuale confine tra i comuni di Moiano e Bucciano, venne costruito il primo dei tre ponti dell’Acquedotto Carolino: il Ponte Nuovo. Il secondo dei tre ponti dell’acquedotto è il “ponte della Valle di Durazzano”, posto nel territorio del comune di Durazzano. Il ponte della Valle di Maddaloni, tutt’oggi perfettamente conservato, attraversa la Valle di Maddaloni e congiunge il monte Longano con il monte Garzano. Questi “ponti della Valle” si innalzano con una possente struttura in tufo a tre ordini di arcate poggianti su 44 piloni a pianta quadrata, per una lunghezza di 529 m e con un’altezza massima di 55,80 m, sul modello degli acquedotti romani. Quando venne costruito, si trattava del ponte più lungo d’Europa. Le condotte in ferro che lo caratterizzano furono realizzate nelle otto ferriere costruite dal Vanvitelli, in Calabria, nelle quali veniva utilizzata, come minerale, la limonite estratta dalle miniere di Pazzano e Bivongi. L’ingegno e la bravura del Vanvitelli furono immensi e la qualità dell’opera è testimoniata anche dalla sua resistenza ai tre violenti terremoti che hanno colpito l’area negli ultimi due secoli, senza intaccare minimamente l’impalcatura del viadotto.

Alla base del ponte vi è un monumento-ossario, inaugurato il 1º ottobre 1899, che contiene resti dei soldati morti nella battaglia del Volturno. Dalla grotta artificiale posta a conclusione del grande parco della reggia di Caserta progettato dal Vanvitelli e completato dal figlio Carlo, una diramazione conduce all’edificio Belvedere, la celebre filanda-reggia voluta da Ferdinando IV per la produzione e tessitura della seta, realizzata con il recupero dell’antico casino cinquecentesco degli Acquaviva, e che ancora conserva i giardini di impronta rinascimentale arricchiti da gruppi scultorei e fontane, nonché i giardini del XIX secolo dove una grande cisterna accoglie le acque del Carolino per far funzionare il “rotone ad acqua” della filanda. Infine, dopo aver attraversato il Bosco Vecchio, un ramo dell’acquedotto Carolino raggiunge la reale tenuta di Carditello, fattoria modello voluta sempre da Ferdinando IV. Il condotto è largo 1,2 m ed è alto 1,3 m, è segnalato da 67 “torrini”, ossia costruzioni a pianta quadrata e copertura piramidale destinate a sfiatatoi e ad accessi per l’ispezione. Per la realizzazione del condotto si procedette ad asportazioni manuali e all’utilizzo di polvere da sparo. La sua enorme portata d’acqua, non solo alimentava tutti i sistemi idrici esterni alla Reggia, ma supportava un innovativo metodo di coltivazione e riproduzione delle piante non autoctone: venivano infatti sperimentate nuove tecniche per riprodurre sconosciute varierà di piante esotiche, portate durante i nobili viaggi verso le colonie. Dal 14 aprile 2016 gli oltre 50 metri di acquedotto vengono illuminati, di notte, da un sistema di illuminazione che valorizza ancora di più la monumentale opera borbonica.

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