Immagini dal Sannio: l’Appennino sannita, il profilo che accomuna Campania e Molise

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La vasta pianura del lago Matese in primavera.
Foto di Franco Mattei

L’Appennino sannita è ovviamente parte integrante di quello campano ed è così chiamato perché si estende in quella che anticamente – ma anche oggi – veniva considerata la regione Sannio. Il tratto montuoso si allunga tra il Molise e la parte a nord della Campania, in un’area che va da Bocca di Forlì, in provincia di Isernia, a Sella di Vinchiaturo, in provincia di Campobasso. Un vasto territorio che dà le origini ai fiumi che caratterizzano e denotano l’intero paesaggio, dai quali i nomi delle rispettive vallate: Volturno, Trigno e Biferno.

Non sono sconosciute ai più le principali vette appenniniche che caratterizzano l’intera area.
Il massiccio del Matese, catena montuosa di natura calcarea che, in quanto tale, presenta numerose, tipiche grotte, doline e voragini, ha una estensione di circa 1.500 kmq. La cima più alta è Monte Miletto, l’antica Esere, di 2050 metri, cui seguono Monte Gallinola (mt 1922), e Monte Mutria (mt 1823). Al centro del massiccio, un lago naturale ma anche diversi laghi artificiali. Quello naturale, compreso nella vasta conca centrale, ha una lunghezza variabile che dopo lo scioglimento delle nevi si allunga anche a 5 km e a 900 metri in larghezza, e fino a 12 metri in profondità. Le sorgenti che lo alimentano stanno sulla sponda settentrionale.
Dagli esami effettuati a luoghi e materiale presso il museo di Paleontologia e di Antropologia dell’Università di Napoli, si può dedurre che il Matese abbia assunto la forma attuale durante il Riss interglaciale, cioè la terza fase della glaciazione. In quel periodo, però, il fondo del lago era più basso e molte conche non erano prosciugate. Con la quarta glaciazione, circa 75mila anni fa, si generarono i ghiacciai, tra i quali quello di Monte Miletto che arrivava a Campitello.

Il Matese emerse da un mare caldo, come testimoniato dagli innumerevoli giacimenti di fossili. Il bosco si sviluppò più in basso e i grandi vertebrati si allontanarono. L’ambiente, così, divenne inospitale. Le tracce umane sono da ricercarsi sulle fiancate esterne del massiccio.
Del Paleolitico inferiore, il primo e lungo periodo della pietra scheggiata, si ha traccia indiretta a Isernia, in località La Pineta. Del Paleolitico medio si ha traccia a Cerreto Sannita, nella Grotta di San Michele o Morgia Sant’Angelo. Di quello superiore, sul Monte Cila, nel territorio di Alife. Lo stesso sito geopaleontologico di Pietraroja conserva tracce di vita di circa 110milioni di anni fa, con un patrimonio, unico nel suo genere, di reperti fossili di vertebrati quali pesci, anfibi, rettili, crostacei e Ciro, l’esemplare giovane di dinosauro carnivoro appartenente alla prima linea evolutiva dei più specializzati Velociraptor e Tyrannosaurus
Il nome Matese non deriva dal greco, come alcuni studiosi hanno sostenuto basandosi su assonanze, ma da un toponimo sannitico locale di oscuro significato. In epoca romana fu detto Tifernus Mons, il monte da cui nasce il Tiferno, oggi Biferno.

Il Parco Nazionale del Matese, di recente costituzione, è un’area tutta da scoprire. Dallo sport ai sapori tradizionali, sono tanti i motivi per visitarlo. Si tratta di un vero e proprio paradiso per tutti gli sportivi, dagli amanti del trekking a chi con la sua mountain bike andrebbe ovunque. È un’area protetta che si estende tra il Molise e la Campania, dominata prevalentemente dal massiccio matesino. Oltre alle numerose grotte, diversi sono gli inghiottitoi, con corsi d’acqua che si inabissano e poi ricompaiono in superficie. Presenti anche molti torrenti che si formano dai numerosi stillicidi provenienti dalle fratture delle rocce.
La sua storia è caratterizzata anche da tradizioni ben radicate, soprattutto per quanto concerne il cibo. All’interno del parco è possibile apprezzare tutte le specialità derivate dal mondo pastorale e contadino. Dal formaggio pecorino alle caciotte, dai caciocavalli alla mozzarella. Eccellenti i prosciutti stagionati di Pietraroja, così come il cazzu’ntontulu, un salume di Castello Matese. Tutto ruota intorno alla natura, dolci compresi, caratterizzati soprattutto da fragole, more e mirtilli offerti dai rigogliosi boschi.
Il territorio è caratterizzato da unici e originali borghi, da antichi e splendidi centri storici, perlopiù ben conservati e ricchi di storia, che per la maggior parte delle volte racconta dei tesissimi rapporti fra Sanniti e Romani.

La cascata del Volturno a Castel San Vincenzo.
Foto di Francesco Troiano

Il fiume Volturno, che sfocia nel Mar Tirreno, separa il massiccio del Matese dalla catena delle Mainarde, dove sono presenti vistose tracce di glacialismo quaternario. Le Mainarde rappresentano proprio i rilievi più bassi del massiccio e qui la presenza dell’uomo, in passato, era più stabile, con abitazioni e coltivazioni, grazie al clima meno rigido.
Il panorama delle Mainarde è di unica bellezza, dal fascino inconfondibile, grazie alle sue caratteristiche naturali, alle cime immacolate, al silenzio che urla nella valle, a luoghi integri, naturali, e incontaminati, privi di qualsiasi segno di sviluppo tecnologico, come se il tempo fosse fermo, se respirasse ai limiti dell’esistenza, come un funambolo che resta in equilibrio su un’immensità rincuorante. Uno scenario incantevole in ogni stagione, denso di storia, gioielli naturalistici, silenzi interrotti solo dal passaggio di torrenti e di piccoli borghi che sono testimonianze di antiche culture al passo con i tempi moderni. E quante foreste secolari, immense, suggestive, che sanno illuminarsi come per magia grazie allo spettacolo che la neve regala loro.
Uno dei punti più panoramici è certamente quello di Monte Marrone, che con i suoi 1805 metri offre una vista sulla valle del Volturno di una bellezza straordinaria. Il lago di Castel San Vincenzo è una delle migliori testimonianze della zona, una macchia azzurra che spicca nel verde che predomina, le cui acque provengono principalmente dai torrenti della Montagna Spaccata nei vicini comuni di Alfedena e Barrea. Benché sia di origine artificiale, il lago ben si armonizza nel contesto naturalistico. E poi le sorgenti del Volturno e la storica abbazia di San Vincenzo al Volturno, e Colli al Volturno, “la piccola Parigi”, e Rocchetta al Volturno, e Cerro al Volturno. Nel territorio sono state censite 700 specie floristiche e 120 faunistiche.

La catena montuosa dei Monti della Meta, che prendono il nome dalla loro cima più alta, si estende lungo il confine tra Molise e Lazio, con prevalenza nel piccolo territorio molisano. È una barriera naturale altamente rocciosa e dall’aspetto aspro e selvaggio, quasi ostico a vederlo, ma dal gran cuore, che si innalza bruscamente con pareti e strapiombi. Qui si trovano le vette più elevate del Molise, con il Monte Mare, di 2124 metri, e la Metuccia, di 2105 metri, che superano entrambe in altezza la vetta del Miletto, di 2050 metri. Altri monti di rilevante importanza sono il Monte Ferruccia, a quota 2000, il già citato Monte Marrone, a 1805 metri sul livello del mare, e il Monte Piana con un’altitudine di 1200 metri.