Immagini dal Sannio: “re tummarieglie”, il merletto a tombolo di Isernia

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Isernia fa binomio con un’antica arte creativa, un’arte che rischia di scomparire, ma che porta avanti la bandiera delle tradizioni culturali e artigianali molisane. Un’arte che affascina tutti gli amanti del capoluogo molisano, e non solo, tramandato da generazioni e generazioni di donne che lo hanno portato avanti con dignità e ne hanno fatto scuola. A Isernia, nei suoi vicoli, nel suo cuore storico, è ancora facile imbattersi nel ticchettio dei fuselli, accompagnato dal chiacchiericcio delle donne che portano avanti questa nobile arte e che hanno costituito delle vere e proprie aziende familiari, con le quali tramandano una tradizione che ha un fascino tutto particolare. Fino a poco tempo fa, era molto frequente, sulle soglie delle case, al fresco dei portoni o davanti alla Fontana fraterna, o nella piazza della cattedrale, appena cominciava un nuovo giorno, che le donne cominciassero a ricamare le loro meraviglie e dalle loro mani sapienti nascessero leggiadri merletti che andavano a finire dritti nelle vetrine dei negozi della città, per divenire corredo di qualche sposa o per vestire di festa un letto, un divano o le pareti di qualche casa. Non che siano scomparsi i bei quadri di queste donne sugli usci delle loro case, ma certamente oggi se ne trovano di meno. Eppure, si trovano ancora. Tombolo nelle lenzuola, nei vassoi, nei quadri, tombolo nei cuscini, nei centrini, nelle orlature delle asciugamani, nei polsini di un abito elegante. Il tombolo, l’arte isernina conosciuta nel mondo.

Il merletto a tombolo arrivò a Isernia dal Regno di Napoli nel XIV secolo e si diffuse grazie al lavoro delle monache risidenti nel Monastero di Santa Maria delle Monache e di Santa Chiara, le quali ospitavano fanciulle della nobiltà partenopea, che si dedicavano a svariate forme d’arte, dalla pittura, alla musica, fino all’uncinetto. Il primo documento attestante la produzione di una trina a tombolo prodotta dalle religiose del convento risale al 1503. Secondo uno studio del prof. Angelo Viti, per svariati anni direttore della biblioteca “M. Romano” di Isernia, il merletto era in auge già prima del Cinquecento, sin quando gli Angioini estesero la loro sovranità anche sul Molise. In alcuni inventari della fine del Trecento o del primo Quattrocento si trovano parole come “radizellis” o “reticello”, terminologia che induce a riportare a una generica definizione del merletto. Il tombolo si emanò proprio dal reame di Napoli, raggiungendo le regioni limitrofe e l’Italia settentrionale, proprio come è attestato dagli archivi della Corte Estense, i quali documenti narrano che le principesse Eleonora d’Aragona, moglie di Ercole I, e la sorella Giovanna III si appassionarono a tale arte; quest’ultima, in particolare, si appassionò a tal punto all’arte del tombolo che sognava di impreziosire con i lussuosi merletti isernini i suoi abiti, decidendo di imparare a praticarlo.

Da allora, Isernia può essere definita la città dei merletti, rinomati per la nobile e antica arte e per la sua preziosissima lavorazione. In dialetto isernino, la nobile arte del tombolo viene chiamata re tummarieglie ed è lavorato a fuselli. Il tombolo rientra nella categoria dei merletti a fili continui, con un filo di produzione locale di colore avorio e sottile che rende il lavoro assai elegante. I primi lavori a tombolo che si ricordano nella storia isernina avevano dei soggetti pagani e sacri, che col tempo cambiarono e si evolsero, ma le tecniche, i punti, i mezzi utilizzati non sono per nulla cambiati. Nell’Ottocento, per maggiore velocità di esecuzione, si è passato al tombolo moderno, caratterizzato da una maggiore velocità delle volute. Una delle differenze è che il tombolo di una volta era di altra fattura rispetto a quello odierno, un po’ per il filo, un po’ per la maestria delle lavoratrici. Ma non per questo il tombolo odierno non va a ruba, anzi è apprezzato tanto. Io ne sono testimone, da buona originaria molisana ho dei preziosi manufatti in tombolo, pezzi di un corredo che la mia nonna e la mia mamma mi hanno regalato con tanto amore e dedizione. Il rito della sua creazione è pura magia, e si esegue grazie a un cuscino cilindrico sul quale viene fissato un cartone che fa da cartamodello, col soggetto prescelto e che fa da guida per il posizionamento degli spilli e dei fuselli, per poter creare il disegno. Il filo viene passato con degli spilli sul cartoncino, con un’alternanza dei fuselli dall’una all’altra mano, in movimenti ripetitivi e monotoni, fino a che non si comincia a vedere la realizzazione della trama. A Isernia in tempi antichi erano, dunque, le aristocratiche e le monache a impartire l’arte del merletto alle donne di Isernia e a fornire loro tutto il necessario, dal filo al disegno. Un sistema grosso modo identico a quello seguito ancora oggi, solo che al posto della badesse si sono sostituiti imprenditori esclusivisti locali. Isernia, insieme alla vicina Pescocostanzo, fu uno dei centri da cui si diffuse il merletto. Ma nei due paesi, con il passare del tempo, si è avuta una differenziazione di genere e di stile. Infatti mentre a Pescocostanzo il merletto viene ancora creato con una tessitura lavorandolo in modo continuo, facendo girare il pallone man mano che la trina progredisce, a Isernia è ben predisposto il disegno su carta e dal quale non si può esorbitare.

In passato erano tantissime, centinaia, le donne dedite a questo lavoro. Qualcosa cambiò nel 1938 e da allora si ruppe l’equilibrio tra le lavoratrici e i merlettai che fornivano alle donne tutto l’occorrente necessario dal filo al disegno. Una determinazione adottata il 26 aprile 1938 stabiliva che le merlettaie fossero considerate non più ditte artigiane ma semplici lavoratrici a domicilio. Questo atto non piacque ai cosiddetti merlettai che tolsero il lavoro alle lavoratrici del merletto, le quali, però, non si persero d’animo e inviarono una lettera al Podestà di Isernia. Tra le firmatarie troviamo Michelina Di Tore, Maria Matticoli, Maria Cimorelli, Chiarina Giusti, Maria D’Agnilli, Lucia Paolino, Angelina Petrecca, Anna De Caria, Maria Pacifico, Angiolina Cimorelli e Giuseppina D’Agnilli. Oggi come oggi, purtroppo, sono poche le donne rimaste dedite a questo lavoro. Fino al 1970, d’inverno lavoravano tra le mura domestiche al caldo del camino e d’estate al fresco dei vicoli o dei portoni chine sul loro lavoro. Oggi, l’arte del merletto a tombolo è anche materia d’insegnamento presso l’Istituto d’Arte della città di Isernia.

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