Immagini dal Sannio: religione e politeismo dei Sanniti

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Raffigurazione del Ver Sacrum, la Primavera Sacra dei Sanniti

I Sanniti erano un popolo fortemente religioso, veneravano diversi dei e nutrivano un grande rispetto per il culto delle popolazioni con cui venivano in contatto. Data la loro natura prettamente rurale e agreste, concepivano il proprio mondo come popolato da spiriti misteriosi e poteri sovrannaturali,Ā numinaĀ benevoli e talvolta malevoli, di cui era necessario conquistarsi il favore e non l’inimicizia. Questi spiriti non sempre venivano immaginati nel loro sesso, potevano essere tanti di natura maschile che femminile, e potevano avere qualsiasi etĆ . EranoĀ antropomorfi e nella maggior parte dei casi si trattava di dee piuttosto che di dei. I riti propiziatori in loro onore venivano officiati sui campi, nei boschi, presso le sorgenti, vicino ai luoghi di sepoltura, ma anche presso il focolare domestico, la cui porta era il primo collegamento con l’esterno. I luoghi di culto perlopiù erano spazi all’aperto, che possedevano degli altari in pietra dove celebrare le divinitĆ .

Uno di questi era l’hurtz, che in latino conosciamo comeĀ hortus, recinto sacro che poteva trovarsi in un bosco o in una radura. Una sorta diĀ locus amoenus che spesso conteneva in sĆ© sacelli, pozzi, vasche e qualsiasi altro elemento che potesse servire per praticare i riti, delimitato da palizzate o da muretti, che anticipò di qualche secolo la costruzione dei templi sacri. Di questi ultimi, tra i più rappresentativi della civiltĆ  sannitica erano quello di Pietrabbondante o di Pietravairano, nei quali si celebravano pratiche religiose ma anche riunioni politiche o assemblee federali, attivitĆ  commerciali e rappresentazioni teatrali. Una sorta di quello che in seguito furono l’agorĆ  greca o il foro romano, anche se con finalitĆ  spesso diverse.
Durante le celebrazioni religiose, nei santuari si allestivano oasi di ristoro per i pellegrini che proprio lƬ potevano rifocillarsi e trovare un posto sicuro in cui trascorrere la notte. IĀ meddices, in particolare ilĀ meddix tuticus, erano i sacerdoti che avevano l’incarico di sorvegliare e regolamentare le celebrazioni di stato, di definire i confini dei santuari, di adattare la vita religiosa ai mutamenti provocati dalla dominazione romana.

LaĀ Tabula Osca, nota anche comeĀ Tabula Agnonensis, ĆØ una tavoletta con iscrizione in lingua osca su entrambi i lati che, insieme allaĀ Tabula BantinaĀ e alĀ Cippus Abellanus, rappresenta una delle più importanti testimonianze esistenti dell’ormai estinto idioma degli Osci. ƈ la prova che diciotto divinitĆ  venivano adorate nello stesso luogo sacro, distante dai luoghi abitati.
La prima parte del testo descrive un sacro recinto dedicato aĀ Cerere, la dea della terra e della fertilitĆ  e nume tutelare dei raccolti dove, nel corso dell’anno, seguendo delle scadenze stabilite, avevano luogo cerimonie religiose.
Ogni due anni presso l’altare del fuoco si svolgeva una cerimonia speciale e, in occasione deiĀ Floralia, festivitĆ  primaverile di carattere agreste, nei pressi del santuario si celebravano sacrifici in onore di quattro divinitĆ . Sul retro della TabulaĀ si precisa che al recinto sacro appartenevano gli altari dedicati alle divinitĆ  venerate al suo interno e si afferma che solo quanti pagavano le decime erano ammessi al santuario, passando a elencare, come in una sorta di inventario, le proprietĆ  del santuario, le persone che potevano frequentarlo e quelle che lo amministravano.

HĆŗrtĆ­n kerrĆ­iĆ­nĀ ĆØ l’espressione con cui ĆØ indicato il luogo sacro, che tradotta vuol dire ā€œorto sacro di Cerereā€, laddove al termineĀ hĆŗrtĆ­nĀ sarebbe da porre in relazione il latinoĀ hortusĀ e il nomeĀ Uorte, “orto”, col quale, secondo la tradizione locale, veniva anche denominata, nell’800, la localitĆ  Fonte del Romito, tra Agnone e Capracotta, dichiarata area di ritrovamento dellaĀ Tabula.
Le divinitĆ  menzionate si ricollegano all’agricoltura, al raccolto e ai frutti della terra, cosƬ come viene sottolineato dall’uso dell’epitetoĀ KerrĆ­iaĆ­s, “cereale”, a cui forse non ĆØ estraneo l’attuale nome del vicino monte del Cerro. Il termine compare accanto al nome di altri dei:Ā Kerres, ossiaĀ CerereĀ alias la grecaĀ Demetra, a cui era dedicata l’area sacra;Ā VezkeĆ­, identificato conĀ VetuscoĀ oppureĀ Veiove;Ā EvklĆŗĆ­ PatereĆ­, ossiaĀ EucloĀ padre,Ā Ade,Ā MercurioĀ nel suo aspetto diĀ psycompompos;Ā FutreĆ­ KerrĆ­iaĆ­,Ā PersefoneĀ figlia diĀ Cerere;Ā Anter StataĆ­, la levatrice che ā€œsta primaā€ del parto;Ā Stata Mater, la levatrice che sta ā€œin mezzoā€ o durante il parto;Ā AmmaĆ­ KerrĆ­iaĆ­,Ā Maia, dea italica della primavera;Ā DiumpaĆ­s KerrĆ­iaĆ­s, ninfe delle sorgenti;Ā LiganakdĆ­kei EntraĆ­, divinitĆ  della vegetazione e dei frutti;Ā AnafrĆ­ss KerrĆ­iuĆ­s, entitĆ  delle piogge;Ā MaatĆŗĆ­s KerrĆ­iĆŗĆ­s, dea italica legata al parto, all’allattamento e dispensatrice di rugiada per i raccolti;Ā DiĆŗveĆ­ VerehasiĆŗĆ­, identificato conĀ Giove Virgator, che presiedeva all’alternanza delle stagioni;Ā DiĆŗveĆ­ RegatureĆ­,Ā Giove Pluvio;Ā HereklĆŗĆ­ KerrĆ­iuĆ­,Ā Ercole;Ā PatanaĆ­ PiĆ­stĆ­aĆ­, dea della vinificazione, colei che faceva aprire le spighe per la trebbiatura;Ā DeĆ­vaĆ­ GenetaĆ­,Ā Mana Geneta;Ā PernaĆ­ KerrĆ­iaĆ­,Ā Pales, dea dei pastori e del parto felice;Ā FluusaĆ­,Ā FloraĀ nume tutelare dei germogli.
Sotto la suprema egida di Cerere, queste divinitĆ  avevano il compito di favorire la fertilitĆ  della terra e l’abbondanza dei raccolti. Non solo: i Sanniti adoravano e veneravano ancheĀ Angitia, dea della guarigione e della sicurezza,Ā Apollo, Castore e Polluce, Ercole,Ā Ermes, Dioniso, Diana, Marte.

Immagine di repertorio della Tabula Agnonensis

I nomi dellaĀ Tabula AgnonensisĀ sono tutti legati alla natura e richiamano gli elementi essenziali della sopravvivenza dei Sanniti. Con l’avvento dell’influenza ellenica, i Sanniti cominciarono a credere nell’aldilĆ . Questo ĆØ dimostrato da pitture rinvenute in alcune tombe, come quelle a tumulo rinvenute nella zona di Alfedena, in Abruzzo, nelle quali venivano deposti i defunti in posizione supina insieme al cibo che spesso rappresentava l’ultimo pasto fatto in vita, e a corazze, monili e gioielli, ossia gli oggetti che li avevano accompagnati durante la vita quotidiana e avrebbero continuato a farlo nel viaggio eterno. Veniva deposto anche il vasellame. Le ceramiche utilizzate nelle tombe, generalmente in bucchero nero e rosso, venivano importate in gran parte dalla Campania.
Nelle tombe maschili spesso venivano inseriti i cinturoni indossati in vita, a testimonianza dello status sociale di guerriero, oppure altri tipi di armi. Nelle tombe femminili, invece, erano inserite fibule in ferro, in bronzo o in argento, anelli e arnesi per la lavorazione della lana.
Tra il V e il III sec. a.C. le tombe erano semplicemente delle fosse di terra ricoperte in genere da pietre tombali di tufo. I defunti venivano messi in sarcofagi o casse di legno.

La cerimonia più importante e diffusa tra i Sanniti consisteva nel Ver Sacrum, Primavera Sacra, voto con cui si dedicava a una divinitĆ  tutto ciò che sarebbe nato nella primavera successiva all’evento funesto. Potevano essere umani, animali, piante, eventi, e i primogeniti nati dal 1° marzo al 30 aprile della seguente primavera. Non si ricorreva più alla immolazione di vite umane, ormai ritenuta crudele e antiquata, ma si dava vita a una migrazione di giovani dal territorio d’origine verso una nuova terra, da colonizzare, rendendo possibile la nascita di nuove comunitĆ  e di nuovi popoli. Spostamenti che avvenivano sotto la guida di un animale totemico, interpretandone i movimenti e il comportamento, assunto probabilmente a insegna sul vessillo del gruppo, il cui nome avrebbe ispirato quello della nuova tribù che si sarebbe formata. Ecco ad esempio il latino Picus (picchio), che avrebbero ispirato i Piceni, il greco Lùkos (lupo) per i Lucani, il sabino Hirpus (lupo) per gli Irpini. Per i Sanniti era il toro. Gli animali, in realtĆ , venivano ancora sacrificati, ma i bambini piuttosto che immolati, crescevano come sacrati, ossia protetti dagli dei, e in etĆ  adulta dovevano emigrare e fondare altre colonie. Si tratta di un elemento di estrazione indoeuropea, che presso i celti ha avuto un fortissimo sviluppo.