
Benevento è, nell’immaginario collettivo, la città italiana per eccellenza legata alla stregoneria. Leggende, rituali e racconti popolari custodiscono memorie antiche, tramandate di generazione in generazione e spesso entrate a far parte dei ricordi d’infanzia. Un patrimonio di credenze e suggestioni che, nel tempo, ha superato i confini del capoluogo per estendersi all’intero Sannio: da San Lupo a Ponte, fino a Baselice, sono numerosi i borghi in cui la tradizione delle streghe continua ad alimentare il fascino del territorio.
È una terra in cui storia e leggenda si intrecciano, alimentando un immaginario fatto di misteri, sortilegi e antiche credenze. E Benevento ne rappresenta il cuore simbolico, avvolta da un alone di mistero che affonda le radici in epoche lontane.
In età romana, la città era conosciuta come Maleventum, nome che, secondo la tradizione, venne successivamente trasformato in Beneventum, anche per il suo significato più propizio. Un passaggio che sembra racchiudere, già nella storia del suo nome, il contrasto fra presagi infausti e auspici favorevoli.
Nel corso del Rinascimento, il territorio sannita divenne teatro di racconti e testimonianze legati a figure femminili considerate streghe, protagoniste di storie sospese tra credenze popolari, cronache e fantasia. Tra i nomi tramandati compaiono Violante da Pontecorvo, la maga Menandra e la maga Alcina che, secondo Pietro Piperno, autore del De nuce maga, viveva a circa quattro miglia da Benevento, nel luogo allora chiamato Pietra Alcina, identificato con l’odierna Pietrelcina. Si racconta anche della Boiarona, alla quale veniva attribuito il potere di legare i demoni alle noci, della strega Gioconna e della cosiddetta Arcistrega sannita, processata dal Sant’Uffizio di Roma nel 1540. A quest’ultima la tradizione attribuisce la capacità di reclutare giovani apprendiste, scelte per la loro bellezza, alle quali, dopo averle cosparse di un unguento magico, avrebbe insegnato formule segrete per spiccare il volo.
RIPA DI JANARA – Ripa di Janara era la zona vicina al fiume Sabato, idronomo che ha dato origine al rituale del Sabba, lì dove le streghe si radunavano dando vita ai loro rituali magici, alla presenza del famoso Noce, albero alto, sempreverde ed esteticamente molto particolare, dalle caratteristiche proprietà stregate che sapeva emanare straordinaria energia, tanto da suscitare un certo intrigo. Da esso pare pendessero dei serpenti. Durante i rituali attorno al Noce, le Janare si ungevano alcune parti del corpo recitando l’incantesimo di cui sopra “Unguento, unguento portami al Noce di Benevento. Sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. Venivano avvistate a cantare ritornelli simili a cantilene e incantesimi, e ballavano intorno agli alberi in modo molto suadente, libidinoso, osceno, con foga. Si avvicinavano ai serpenti urlando selvaggiamente e uscendone illese.
Di frequente svolgevano un rito guerriero propiziatorio in onore del dio Wotan, durante il quale alcuni guerrieri correvano in sella al proprio cavallo intorno a un albero sacro a cui veniva appesa una pelle di caprone che colpivano con le loro lance allo scopo di strapparne dei brandelli che poi mangiavano. Le Janare inneggiavano spesso all’uccisione di animali, vero e proprio rituale sacrificale che le faceva apparire come esseri macabri. Qualcuno riusciva a vederle, senza essere visto, nella loro informità, tanto che la Chiesa cattolica le etichettò come figure demoniache, creature che davano vita a riti diabolici, tanto da ricondurle ai Sabba.
Secondo la leggenda, il sacerdote Barbato accusò i longobardi di idolatria e quando Benevento fu assediata dai Bizantini nel 663, Romualdo gli promise che se fosse riuscito a salvare la città e l’intero ducato avrebbe rinunciato per sempre al paganesimo. In effetti, quando le truppe bizantine si ritirarono, Romualdo rispettò la promessa fatta. Barbato divenne nel frattempo vescovo di Benevento e provvide lui stesso all’abbattimento e all’estirpazione delle radici del noce maledetto, facendovi costruire, nei pressi, una chiesa, per scongiurare il maleficio. Tuttavia, la leggenda delle streghe si diffuse soprattutto intorno al 1273 quando ritornarono a circolare racconti di riunioni notturne di donne intorno a un albero sulle rive del fiume Sabato. Di conseguenza tutti credettero che si trattasse dell’albero abbattuto da San Barbato, risorto per opera del demonio.

MAZZAMAURIELLI – Il mazzamauriello era un simpatico ma dispettoso personaggio protagonista di una credenza molto diffusa nel Beneventano, oltre che in numerose altre zone della Campania. Era lo spirito che “ammazza i mori” o “morelli”, matas moros , cioè i nemici, e quindi è da sempre una figura provvidenziale per la casa in cui entra. Uno spiritello domestico furbo e dispettoso, molto agile: sembra che la notte si divertisse a disturbare il sonno delle persone producendo rumori di vario tipo, dalla rottura di piatti ai cigolii delle porte. Inoltre, il mazzamauriello soffiava nelle orecchie dei dormienti e si rendeva davvero irritante, nonostante il suo visino fanciullesco, con una gran quantità di riccioli d’oro e un cappellino rosso, dal quale non si separava mai. Era dispettoso con chi non si comportava bene, ma non esitava a concedere benefici alle famiglie che lo accoglievano benevolmente. Portava molta fortuna, tanto è vero che si riteneva fosse presente nelle case laddove vi fossero periodi prosperi e fortunati. Aveva dei nascondigli nelle abitazioni e conosceva i luoghi in cui erano nascosti tesori e segreti: sembra che un tempo molte donne, prima di mettersi a tavola, portassero nel solaio il pranzo allo spiritello, proprio per accattivarsene la benevolenza.
MALOCCHIO – “Uocchi, contruocchi schiatam ‘a mira e crepame l’uocchi”. Il malocchio, invece, era ed è un maleficio che può essere gettato per invidia su qualcuno e che procura a chi lo riceve dolorosi e ricorrenti mal di testa. Eppure, se l’autrice del malocchio è una janara gli effetti sono ancor più devastanti. Un rito che può essere scacciato da donne che sanno farlo, che ne conoscono il rituale tramandato da generazione in generazione la notte della Vigilia di Natale. Di solito, sono le nonne a spiegarne i meccanismi alle nipoti. Si riempie un piatto d’acqua che viene ripetutamente passato sul capo della persona afflitta da mal di testa mentre si recita un susseguirsi di preghiere e formule incomprensibili o comunque recitate a mezza voce, appena sussurrate e continui segni della croce descritti sul piatto e sul capo della persona oggetto del rito. L’officiante intinge il dito indice nell’olio d’oliva e ne fa cadere ogni tanto una goccia nel piatto colmo d’acqua. Le gocce spesso si allargano sino a sciogliersi, a volte assumono forme strane, altre restano intatte e ben definite.
La tradizione vuole che quando le gocce si allargano o si sciolgono la persona alla quale si sta togliendo il malocchio ne è effettivamente affetta; se invece le gocce restano integre significa che il dolore accusato è dovuto ad altre cause. A volte, addirittura, dalla forma assunta dalle gocce d’olio nel piatto che galleggiano sull’acqua, si può risalire all’autrice o all’autore del malocchio.
Alla cerimonia, che dura pochi minuti, possono assistere anche altre persone che in un momento particolare del rito vengono invitate a dire “benedica” e a toccare contestualmente la persona afflitta dal malocchio.































