Immagini dal Sannio: la Falanghina, regina del patrimonio vitivinicolo sannita

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Fiori di falanghina.
Foto di Flaviano Foschini

Comunicare il vino significa raccontare molto più di ciò che finisce nel calice: significa parlare di territorio, storia, cultura e di tutto ciò che attorno al vino prende forma. È questa, anche per il Sannio, una delle sfide delle terre ad alta vocazione vitivinicola: trasformare il vino in un racconto capace di restituire l’identità dei luoghi. Perché il valore del vino, in fondo, è anche fuori dal calice. Ce lo insegna la letteratura, che nei secoli ne ha fatto materia di poesia, cultura e memoria, offrendoci una straordinaria chiave di lettura per comprendere il rapporto tra vino e territorio. Orazio, Virgilio e Plinio, per esempio, hanno celebrato nelle loro opere le antiche varietà di vite: dalla Vitis hellenica all’Aminea gemina, dalla Vitis apiana alle uve alopeci, fino all’Aminea lanata, coltivate in quella che sarebbe stata celebrata come Campania Felix: una terra resa “felice” anche dalla fertilità dei suoi terreni e dalla qualità dei suoi vini, considerati già allora tra i più pregiati.

Le cinque province campane hanno ognuna delle proprie, individuali caratterizzazioni enologiche riconosciute in Italia e nel mondo. Il vitigno falanghina è uno dei più ragguardevoli a bacca bianca, registrato ufficialmente dal 1970. La sua uva inizialmente era distinta in “verace” e “bastarda” e oggi è considerata la regina del mondo vitivinicolo del Sud Italia. La storia racconta che il suo vino giallo paglierino fosse molto apprezzato dagli imperatori, dai membri della corte reale di Napoli e dai papi. Non a caso, oggi lo ritroviamo nella carta dei vini dei pontefici.

Il nome, secondo la tradizione, sembra derivare dal termine greco che vuole dire falange. Nell’antichità le falangi erano tavole di legno per tirare le barche verso di sé, ma con esse si indicavano anche dei tutori, pali infissi nel terreno per dare sostegno alla vite che ricordavano le falangi del dito proprio per la loro struttura allungata. E il tutore era il sistema che gli antichi greci utilizzavano per sostenere le viti.
I Campi Flegrei, il Casertano e il Sannio sono certamente le aree in cui vi è maggiore produzione di questo vino. La provincia di Benevento, particolarmente, è la più vitata della Campania: sono circa 11mila gli ettari di vigneti sanniti che ogni anno producono 25 milioni di bottiglie, e più di cento aziende imbottigliano col loro marchio indipendente. Nella provincia sannita sono circa 4mila, gli ettari di vitigno falanghina, per una complessità di oltre 12 milioni di bottiglie tra DOP e IGP. Il vino ha avuto negli anni una straordinaria crescita, non solo in Italia: oggi la Falanghina è celebre e amata in tutto il mondo.

Grappoli.
Foto di Ruben Caporaso

L’uva viene coltivata soprattutto nelle zone collinari che sono caratterizzate da un clima caldo e molto secco. Si caratterizza per la grandezza dei grappoli, oblunghi oppure tondeggianti, e per gli acini dalla buccia spessa e robusta di colore giallo-verde. Il grappolo è compatto e ha una forma conica, con foglie di forma trilobata di dimensioni medie. Al naso, l’ottimo vino presenta leggere note floreali, con aromi fruttati e minerali, a causa dell’origine vulcanica dei terreni di coltivazione. Un sapore morbido, fresco, delicato al palato. Un bianco da consumare leggermente fresco e non freddo, da accompagnare a formaggi, fois gras, pesce, frutti di mare, antipasti, carni bianche, minestre di legumi. Una chicca fantasiosa? L’abbinamento con i tre tipi di cioccolato.