Il rituale della morte rituale nei ricordi d’infanzia

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La morte di un congiunto che ha colpito la mia famiglia negli ultimi giorni, mi ha riportato alla mente come il funerale al sud sia stato, nel passato, uno dei momenti rituali più alti della tradizione popolare, un momento cerimoniale di alto significato, che muoveva da liturgie sacre e profane che si combinavano insieme con usi e costumi antichissimi, riti di passaggio, tradizioni, credenze fino a costruire un momento simbolico di elaborazione del lutto che coinvolgeva non solo il singolo, la famiglia, ma l’intera comunità.
Un crescendo di rituali che partiva dall’annuncio, che passava da persona a persona, dalla casa al vicinato, alla strada, alla piazza, al paese.

La vestizione – Il vestito buono comprato per l’ultimo viaggio e soprattutto le scarpe, spesso acquistate anni prima e conservate (sotto al letto). C’era un’attenzione maniacale per le scarpe come se si credesse che il defunto avesse dovuto affrontare un lungo viaggio e per questo dovevano essere necessariamente nuove lungo il percorso.
La vestizione era cosa da donne, gli uomini non partecipavano, in genere era opera delle donne della famiglia ma veniva chiesto l’aiuto di vicine, anziane o esperte, soprattutto se si trattava di un primo lutto. Più attenta, meticolosa e curata, poi, se a morire erano bambini, giovani e ragazze morte prima del matrimonio.

La veglia – Era il momento in cui la partecipazione si faceva corale: le preghiere, il pianto rituale che andava montando nel corso della giornata fino a farsi straziante nell’ora della dipartita, quando la bara veniva chiusa e si procedeva all’estremo saluto.
I maschi avevano ruoli “dirigenziali”, curavano glia aspetti “tecnici”, sempre un passo avanti alle donne, c’era l’ usanza di cucire sulle giacche una banda di stoffa nera, sulla manica della giacca o sul bavero della stessa, che attribuiva al maschio quasi un ruolo di “servizio d’ordine”, che gerarchizzava i ruoli dal più anziano al più giovane. Ai più giovani non era riservata, per loro un bottone nero a spilla da appuntare sul petto quasi a significare che la banda sarebbe arrivata dopo, dovevano guadagnarsela passando anche attraverso quell’occasione che in quel caso diveniva l’ennesimo rito di passaggio per diventare grandi.

Ricordo come nostro padre ci mise in fila nel cuore della notte, per ordine di età, per andare ad onorare mia nonna che giaceva su un letto che a me sembrava altissimo: io non arrivavo a vedere il viso di mia nonna, se non la possente sagoma nera che si stagliava sulle candide lenzuola di lino il cui biancore ne accentuava la grandezza, e l’essere privato di quella visione era come se mi si negasse qualcosa, come se mi si privasse di quella prima volta con la contemplazione della morte vera. L’incontro era rimandato a quando sarei stato più grande, a quando sarei cresciuto fino ad ergermi oltre le sponde del letto per poter vedere “la morte in faccia”.