Accadde oggi: 30 gennaio 1980, lo “zio” Giuseppe Bergomi esordisce tra i professionisti

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“Cabrini in una mischia ha tentato anche lui la via della rete e la cosa forse avrebbe deciso la gara e sgonfiato (se possibile) la partita, ma incidentalmente sulla linea della porta c’era un giovane di diciassette anni. Bergomi, che Bersellini aveva mandato in campo al posto di Canuti al 17′ …” (Cit. l’Unità, 31 gennaio 1980). Quel giovane era Beppe Bergomi e in realtà aveva appena compiuto sedici anni.

Il 30 gennaio 1980, la formazione nerazzurra si trovò a dover affrontare la Juventus allo Stadio Comunale di Torino per il ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia. La partita, inizialmente, si doveva svolgere il 16 gennaio ma, a causa di una nevicata, fu rinviata alla fine di gennaio. Quella fu una partita storica per il club nerazzurro. Il risultato fu uno 0-0 che concesse alla squadra bianconera di passare il turno, perché in vantaggio nella gara di andata, è in quell’occasione vi fu lo storico esordio da professionista di uno dei simboli della compagnia milanese, lo “zio” Giuseppe Bergomi, che entrò al 63′ al posto di Canuti. Bergomi aveva solo 16 anni e avvenne l’anno successivo, il 22 febbraio 1981, anche il suo esordio in Serie A, vincitore contro il Como per 2-1.

“E tu saresti uno della Primavera? Con quei baffi sembri mio zio”, fu la battuta di Giampiero Marini che da quel momento fece “ribattezzare” Bergomi “Lo Zio”. Quei baffi e quel nome divennero una bandiera dell’Inter, indossando la casacca nerazzurra per ben venti stagioni dal 1979 al 1999, con il mitico numero 2.

Con i nerazzurri, Bargomi vanta 756 presenze, di cui 519 in Serie A, secondo solo a Javier Zanetti. Con l’Inter ha vinto uno scudetto nel 1989, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e tre Coppe UEFA. Dal 1992 al 1997 è stato capitano della squadra. Anche in Nazionale Bergomi ha avuto un ruolo di primissimo piano, convocato per la prima volta da Bearzot a soli diciotto anni. Andò anche in Spagna dove giocò anche la finalissima da titolare con cui l’Italia si laureò Campione del Mondo per la terza volta nella sua storia. Il fair play, la sua serietà e correttezza sportiva hanno fatto in modo che fosse uno dei calciatori più amati dalla maggior parte dei club italiani e dei suoi avversari.









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