Viaggio nel tempo da Nilla Pizzi ad Achille Lauro. Perché Sanremo è Sanremo!

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Mancano poche ore e verrà decretato il vincitore del Festival di Sanremo 2020. Tanti applausi ma anche molte critiche, come sempre succede. Gli abiti delle top model, gli ospiti, nuovi performer che poco piacciono ai più conservatori ma che trovano l’approvazione di chi ammette che i tempi sono cambiati, e con i tempi la musica, i gusti, la moda, il contenuto dei brani. Ma quanto è davvero cambiato Sanremo durante questi lunghi settant’anni? Continuate a leggere per fare un volo nel tempo sul Festival e sui suoi cambiamenti.

Il Festival di Sanremo, nel dopoguerra, fu definito “la grande evasione”, colonna sonora di un’Italia che si affacciava alla modernità. La sua prima edizione non fu presa sul serio. Era il 1951 e si tenne nel Salone delle feste del Casinò Municipale di Sanremo: il pubblico era seduto intorno a tavolini da caffé e, mentre i cantanti si esibivano, gli spettatori cenavano. Per radio, tra le note delle canzoni, si sentivano rumori di sottofondo di tazzine e stoviglie. Il pubblico era scarso, non tanto per il prezzo (500 lire non era una cifra impossibile), ma per il fatto che fino a quel momento il pubblico del casinò era abituato a manifestazioni di maggiore livello culturale. La vincitrice della gara fu Nilla Pizzi, con la canzone Grazie dei fiori. E negli anni successivi, fu sempre lei la beniamina degli italiani con Vola colomba, Papaveri e papere, Una donna prega.

Nel 1953 sparirono i tavolini dalla sala e gli ospiti potevano accedere solo se muniti di invito. Qualche anno dopo arrivò la prima diretta televisiva: non andò in onda tutta la trasmissione, ma la Rai si collegò con il Casinò Municipale di Sanremo solo alle 22:45. Si parlava molto del Festival, dei cantanti e venivano fischiettate le loro canzoni. Con l’arrivo di Mr Volare, nacque “la canzone” per antonomasia: nel 1958, sul palco del Festival di Sanremo fu intonata una delle melodie più celebri della storia della musica italiana, Nel blu dipinto di blu. Modugno sembrava un redentore, era rivoluzionario mentre cantava a braccia aperte la sua melodia liberatoria, energica. Il suo brano segnò l’inizio di una nuova era per la canzone italiana, influenzata dal rock e dallo swing. A confermarlo, due anni dopo, fu l’arrivo di un giovane che si dimenava al grido di 24.000 baci. Era Adriano Celentano che portò in scena la modernità, il rock’n’roll e una nuova categoria sociale, fino a quel momento poco considerata, quella dei giovani. Furono quelli gli anni di una generazione che rivendicava nuove regole, e tutti entrarono nel mito. C’era Mina, con le sue Mille bolle blu. Poi il “diavolo” col ciuffo alla Elvis e un nome americano che mascherava le sue origini umbre: Little Tony, alias Antonio Ciacci. Con lui c’era Lucio Dalla, che aveva appena fondato un gruppo in salsa bolognese: gli Idoli. E Luigi Tenco, che nel 1967 andò a Sanremo con la sua Ciao amore, ciao. Esperienza tragica: dopo l’eliminazione si suicidò in una camera d’albergo di Sanremo.

L’energia e la vitalità degli Anni ’60 non durarono a lungo, la morte di Tenco fu come un triste presagio. Gli anni di piombo relegarono la kermesse musicale in un cono d’ombra in cui rimase per gran parte degli Anni ’70. Nel 1977 la sede cambiò e si scelse il Teatro Ariston, si sperimentarono nuove formule capaci di interpretare un mondo in trasformazione: si aprì la kermesse alla musica internazionale e sul suo palco si fecero salire ospiti stranieri come Grace Jones. Nel 1978 arrivarono Rino Gaetano, con Gianna, e Anna Oxa con Un’emozione da poco. Pochi anni dopo su quel palco salirono i Kiss, i Duran Duran, i R.E.M e molti altri. L’anima del Festival degli Ottanta fu Pippo Baudo. Nell’edizione del 1980, il conduttore Claudio Cecchetto volle al suo fianco il comico Roberto Benigni. Il Festival di quell’anno passò alla storia per il bacio di 45 secondi tra lui e la valletta Olimpia Carlisi e per l’epiteto Wojtilaccio con cui apostrofò il nuovo Papa, Giovanni Paolo II.

Le edizioni successive non furono meno chiacchierate. Tra i comici chiamati, oltre al Trio Solenghi, ci fu anche Beppe Grillo, allora lontano dalla politica ma star satirica dei palinsesti, che nel 1989 tornò a casa con una querela. Quell’anno il Festival fu vinto da Fausto Leali e Anna Oxa che cantarono Ti lascerò ma la conduzione fu zoppicante, da parte dei cosiddetti “figli d’arte” che fecero discutere almeno quanto Beppe Grillo. Nel 1987 l’edizione fu vinta da Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi con Si può dare di più, e la cantante Patsy Kensit, che indossò un vestito minimal, durante la performance fu tradita da una spallina che le scoprì il seno, notizia che occupò le riviste di gossip per settimane. Otto anni dopo vi fu in diretta la protesta di un uomo che minacciò di buttarsi dalla galleria dell’Ariston gridando che il festival sarebbe stato vinto da Fausto Leali: Pippo Baudo lo trattenne. È del 2011, edizione vinta da Roberto Vecchioni con la sua canzone Chiamami ancora amore, il ricordo dello spacco rivelatore di Belen Rodriguez.

Oggi come oggi, Sanremo fa registrare grandi numeri anche sui social network, con oltre 2 milioni di interazioni in ogni serata su Facebook, Instagram et similia. Questo è l’anno di Achille Lauro e dei suoi eccessi nell’apparire. Ma come dicevo, la musica è cambiata, sono passati settant’anni e non possiamo continuare ad aspettarci le note melodiche di Nilla Pizzi. Non solo la musica, sono cambiate le abitudini, e anche noi. E ogni cambiamento è solo lo specchio di ciò che noi viviamo e siamo. Del resto, Sanremo ci ha abituati a questo. Perché Sanremo è Sanremo!

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