Immagini dal Sannio: il baule della dote, la serenata e altre tradizioni nuziali

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Il baule della dote, foto di copertina dal web

Le tradizioni legate al giorno del matrimonio vengono spesso rievocate e conservate, eppure alcuni rituali oggi li consideriamo degni di tempi antichi e andati. Ricordi tramandatici da mamme e nonne spesso rievocano un senso di nostalgia e perché no, anche malinconico. Quella della dote è un’antica usanza che oggi è in disuso, ma che un tempo era obbligatoria. Essa è scomparsa con la riforma del diritto di famiglia, la legge 19 maggio nr 151 del 1975. Tanto tempo fa, il matrimonio non sempre era considerato una scelta o un legame d’amore tra due persone, ma spesso rappresentava un vero e proprio contratto tra due parti. Già in epoca romana, le leggi prevedevano la Tabulae nuptiales, che sancivano un accordo prematrimoniale a stabilire quello che era ritenuto necessario nella vita matrimoniale. Per le famiglie, soprattutto per quelle meno abbienti, quello della dote era un pensiero che veniva visto come un vero e proprio ostacolo da superare, dato che non poche volte erano notevoli le rinunce personali e gli ostacoli da affrontare per potersene permettere una discreta. Nel XV canto del Purgatorio, Dante Alighieri scrisse “Non faceva, nascendo, ancor paura/ la figlia al padre, ché il tempo e la dote/ non fuggine quindi e quinci la misura”. Era obbligatoria, dunque, ma la tradizione era particolarmente viva nel Sud Italia, nelle zone contadine come il Sannio, dove tradizioni e credenze antiche erano dure a morire. Veniva spesso chiamata “dodda”, almeno nelle zone molisane, ed era necessario non fare brutta figura perché doveva essere ammirata in pubblico, esposta dunque, specialmente durante l’importante momento del trasporto nelle strade del paese. La madre della sposa era colei che doveva occuparsi del corredo della figlia, che andava a costituire la dote nuziale affinché venisse data una mano di aiuto al futuro marito della figlia nel mantenimento della famiglia. Si trattava di un baule, o di una comune cassapanca, che era sempre presente nelle case più umili. Esso conteneva beni che, dopo le nozze, divenivano di proprietà dello sposo. È vero, però, che in caso di sua morte, la vedova poteva riprenderla ed era libera di disporne. Evidentemente, lo sposo, quando era in vita, poteva soltanto gestirla. Nel caso in cui venisse a mancare prima la moglie, se non c’erano figli, la dote veniva restituita alla famiglia della sposa.

Molto spesso la dote veniva concordata in quello che era detto “giorno dell’apprezzo”: un giorno importante, di festa, che veniva trascorso all’insegna di banchetti gastronomici con salumi, prosciutti nostrani, salami e formaggi, freselle e bruschette condite con semplice olio d’oliva. La biancheria era estremamente pregiata, solitamente ricamata a mano, con attenzione e cura ai dettagli, da membri della famiglia. A volte si acquistava, come nel caso dei corredi a tombolo provenienti da Isernia. Uno dei ricami più particolari consisteva nella “sfilatura 400” o sfilato siciliano, un lavoro che necessitava di mani esperte e di grande abilità, una vista buona, pazienza, precisione e tanta, ma tanta pazienza. Tra le stoffe più prestigiose c’erano altresì la tela d’Olanda e il lino. Spesso gli elementi che costituivano il corredo erano trascritti su carte private che venivano conservate, in originale e in copia, da entrambe le famiglie e che spesso venivano redatte dinanzi a un notaio, andando a fare da allegati al contratto matrimoniale. La prima a prendersi cura della lista redatta era la suocera: se mancava anche un solo fazzoletto, rispetto a quanto pattuito o scritto, la madre del futuro sposo poteva anche decidere di far saltare le nozze. La dote era proporzionata alle possibilità economiche della famiglia della sposa, ma era necessario cercare di adattarsi il più possibile allo status sociale dello sposo. I pezzi di corredo presenti nel baule di legno della dote di solito erano dodici o multipli di dodici. Le donne ricche portavano con sé anche un numero maggiore di lenzuola, mutandine, corpetti, tovaglie, sottane, fazzoletti, asciugamani. Non solo biancheria. Spesso la dote era costituita anche da suppellettili per la casa e oggetti in rame per la cucina, vista la grande diffusione delle cucine a legna, oppure materassi, che venivano annotati in peso. Non poche volte, il corredo era formato anche da gioielli, come orecchini, medaglioni, anelli nuziali e di fidanzamento. Quando la dote veniva resa pubblica, spesso la suocera regalava alla ragazza quello che in Molise veniva definito “lu bungale”, grembiule del vestito della festa che, a seconda dei ricami e degli ornamenti, andava a divenire simbolo della posizione che la sposa avrebbe ricoperto in casa. Allo sposo toccava l’onere della casa e della mobilia.

Come cominciava il rito del fidanzamento? Toccava al padre dello sposo darsi da fare per “accasare” il figlio, cercando tra amici e conoscenti una fanciulla che potesse andar bene alla sua famiglia. Una volta che la ragazza veniva individuata, si cercava l’informatore, colui che si rendesse disponibile a raccogliere più informazioni possibili sulla donna, come la sua età, lo stato di salute, la famiglia di appartenenza, malattie superate e quanto appetito avesse. Nulla doveva essere tralasciato. Se le informazioni raccolte erano considerate positive, l’informatore veniva inviato a fare “l’ambasciata” alla famiglia della ragazza. Se al suo ritorno l’ambasciatore portava con sé una risposta positiva, la sera stessa veniva stabilito il momento in cui il giovane dovesse recarsi per la prima volta a casa dei futuri suoceri a “sedersi” per poter fare conoscenza. Fino a quel momento, il ragazzo era stato informato soltanto dell’aspetto fisico della donna. Solitamente, il giovane e futuro fidanzato poteva recarsi a casa della futura sposa due volte alla settimana, per poterla conoscere, ovviamente soltanto in presenza dei genitori, fratelli, sorelle, zii e nonni che sedevano insieme a loro, al tavolo o attorno al camino. Durante il periodo del fidanzamento, le famiglie dei futuri sposi si frequentavano molto nei giorni particolari: di festa, come quello dell’uccisione del maiale, il capodanno, il carnevale, i periodi di semina, mietitura e trebbiatura, vendemmia, ma anche nei momenti più tristi e difficili, come quando sovvenivano calamità naturali, malattie o lutti. 

Letino, rievocazione storica della “parentezza”, foto dal web

Il matrimonio dava molta importanza al rito della vestizione, e la prima di queste veniva sempre resa pubblica. Al collo delle future spose contadine, la suocera cingeva un ramo di alloro, segno di accoglienza nella famiglia che in questo caso era prettamente matriarcale. Spesso le spose più umili solevano indossare, durante il festoso giorno delle nozze, ganci al corpetto e lunghi orecchini pendenti che si credeva allontanassero il malocchio. Il rito ufficiale del corteggiamento cominciava sempre con una serenata, tradizione che nel Sannio si è mantenuta viva, come in buona parte dell’Italia meridionale. Prima di quel momento, spesso i futuri sposi si incontravano in gran segreto, in maniera clandestina oppure si accontentavano di sguardi fugaci. Dopo la serenata, se i genitori della fanciulla erano d’accordo a dare la figlia in sposa al giovane che si era esibito, gli venivano aperte le porte di casa. La “parentezza”, invece, era un rito che si festeggiava con un sontuoso banchetto a base di carne di pecora: era quello il giorno in cui si decideva la data di matrimonio. Spesso nella giornata della “parentezza” il padre teneva una “paternale”, rituale con cui teneva a sottolineare la verginità della figlia, condizione inevitabile per arrivare al matrimonio. La dote veniva trasportata otto giorni prima delle nozze, solitamente con una processione, da donne munite di cestini di vimini poggiati sul capo che procedevano lungo le strade del paese fino alla casa dei futuri sposi. Questa processione veniva chiamata “rodda”. Rievocazioni storiche della “parentezza” e della “rodda” hanno vita ogni anno, in agosto, a Letino. Il letto della prima notte veniva preparato da un numero dispari di persone, tutte donne che spesso nel materasso di lana inserivano un amuleto per scongiurare l’infertilità. Le donne che lo preparavano erano la madre e le amiche più importanti della sposa, e si facevano aiutare dalle sue madrine di battesimo o cresima. Agli sposi venivano regalato doni che erano considerati simboli di fertilità e benessere, come bambole, banconote o confetti. Si festeggiava con piatti tipici locali, consumando carne, se si era benestanti. Il pesce arrivava dall’Abruzzo, dalle terre del Vastese, oppure da Lesina. In ogni caso, nei banchetti nuziali prevalevano i vegetali, i legumi, il pane, dolci e pastarelle. A volte c’era la possibilità di trovare il fegatino e anche abbondanza di agnello. Vino, ovviamente, a volontà. Dopo il banchetto di nozze gli sposi venivano chiusi nella camera nuziale per ben otto giorni, mentre i parenti cucinavano per loro e si prendevano cura della casa. Nel Matese questa era conosciuta come la “settimana della vergogna”, volta alla procreazione e a cui seguiva una seconda messa. Se la sposa vi partecipava indossando un fazzoletto giallo voleva dire che la settimana era andata a buon fine. Una volta sposata, la donna era sotto il comando della suocera. E così via, fino al matrimonio dei nuovi eredi.





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