Immagini dal Sannio: Isernia paleolitica e l’Homo aeserniensis

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Aesernia è una importantissima cittadina sannita, che ha avuto un grande impatto nella storia del Sannio pentro, e che custodisce testimonianze di epoca romana. Infatti, dapprima fu capitale della Lega Italica e dopo divenne Municipium romano. L’area dove oggi sorge la bella cittadina molisana è stata abitata dall’uomo sin dall’era paleolitica: i primi insediamenti, infatti, risalgono ad almeno 700 mila anni fa. Anche le origini dell’agglomerato urbano sono molto antiche, ma allo stato attuale non è possibile stabilirne una datazione certa. E a tal proposito, interessante, una volta recatisi nella cittadina, sarebbe effettuare una visita in località La Pineta, zona nella quale sorge uno dei più antichi giacimenti paleolitici d’Europa, cui l’Unesco ha conferito l’autorevole scudo blu a garanzia di protezione internazionale in caso di calamità naturali e conflitti armati. Si tratta di un giacimento scoperto nel 1978, ed è certamente una delle più complete testimonianze della storia degli insediamenti umani in Europa. La scoperta del giacimento paleolitico ha creato grande interesse nel mondo scientifico e non, tanto che la Rivista americana Nature ha dedicato la copertina alla sua scoperta. Grazie alle varie campagne archeologiche e agli scavi è stato possibile ricostruire l’ambiente naturale e la vita di ben 600 mila anni fa.

Isernia si trova in un’area paludosa e acquitrinosa, a causa di un gran numero di sorgenti sotterranee particolarmente ricche di carbonato di calcio che tende a depositarsi sulla vegetazione locale. Questa la situazione ambientale attuale, ma vi sono alcuni elementi che ci inducono a pensare che tale situazione esistesse anche tantissimi anni fa. Le testimonianze più frequenti che gli scavi archeologici in questione ci hanno donato sono costituite da un gran numero di ossa, mascelle, zanne, denti e corna di grandi animali selvatici, che venivano cacciati, scuoiati e mangiati. Inoltre, strumenti come punte di freccia e di lancia, coltellini, raschiatoi, lamelle, in pietra o in calcare, che venivano utilizzati per uccidere, scuoiare e tagliare la carne dei grandi mammiferi. Ma tali attrezzi servivano anche a frantumare le ossa di tali animali, per poterne estrarre il nutriente midollo. Le ossa grandi degli animali uccisi, spolpate e private del midollo, le corna e le zanne venivano disposte sul suolo, alternate a blocchi di travertino, per costruire una solida base su cui erigere le capanne, affinché potessero essere sempre riutilizzate dopo qualche lavoro di manutenzione e dopo ogni migrazione. Questi animali erano bisonti, elefanti, rinoceronti, orsi, ippopotami e cervidi, ma anche pesci, anfibi, rettili, tartarughe, uccelli e roditori. L’accampamento sorse poco lontano dal fiume, per garantire agli abitanti l’acqua indispensabile e offrire una certa protezione dagli assalti di tali animali. Come già detto, l’habitat di queste specie era costituito da una zona umida, sottoposta a piene stagionali dei fiumi locali, con scarsa vegetazione, se non fosse stato per piccole chiazze di verde con querce, pini, betulle, faggi, carpini, frassino, noci e castagni. Il clima era caratterizzato da due diverse stagioni, una lunga e secca, una con forti precipitazioni.

Alcuni studiosi, riferendosi all’uomo protagonista di tali battute di caccia, parlano di Homo aeserniensis, ossia una specie locale di Homo heidelbergensis, genere intermedio nella scala evolutiva umana tra Homo erectus e Homo sapiens, che dall’Africa meridionale decise di colonizzare il pianeta circa 1,5 milioni di anni. L’Homo aeserniensis, primo colonizzatore d’Europa, aveva una caratteristica fronte piatta, era alto circa 170 cm (il maschio) e aveva una costituzione robusta. Non era bello, ma molto organizzato a livello sociale e sapeva coordinarsi nella sua particolare propensione alla caccia, emettendo suoni per comunicare e per segnalare pericoli. Fu, inoltre, il primo ominide a governare il fuoco, per difendersi, riscaldarsi e cuocere il cibo, e a impiegare la tecnica coloristica a fini estetici. Portava avanti una vita nomade, vivendo sotto capanne e ripari più disparati, fatti di frasche, ossa e pelli, molto lontani dall’immaginario collettivo delle caverne. L’uomo si occupava della caccia e della difesa della tribù, le donne, invece, accudivano vecchi e bambini, pensavano ad alimentare il fuoco e a raccogliere frutti e piante spontanee. L’Homo aeserniensis non usava seppellire i morti, non allevava animali domestici di alcun tipo, né coltivava piante. Di questa specie ominide, a Isernia è affiorato un solo reperto umano: si tratta di un primo incisivo superiore sinistro da latte, appartenuto a un fanciullo deceduto all’età di 6-7 anni, rinvenuto nel 2014 e datato a 586 mila anni anni fa. Il dente umano rappresenta una scoperta straordinaria in quanto permette di sottolineare la peculiarità dei resti umani italiani più recenti che mostrano spesso una persistenza di caratteri arcaici se confrontati al resto dell’Europa. Grazie a tale importante scoperta è stato possibile ricostruire le caratteristiche fisiche di questo genere ominide. (Nella foto in basso, riproduzione in scala 1:1 di un elefante nel Museo nazionale del Paleolitico di Isernia).

Il Museo nazionale del Paleolitico di Isernia è una struttura unica nel suo genere, che fa innamorare qualsiasi tipo di visitatore, dai più grandi ai più curiosi piccini. Un centro che raccoglie dei veri e propri tesori del passato antico di questa cittadina. Il Museo si trova a ridosso dell’area di scavo e rende fruibili tutti i reperti trovati nelle varie campagne, testimonianza del primo popolamento umano in Europa. Grazie a tali reperti è possibile conoscere abitudini e vita quotidiana di questa comunità di circa 700 mila anni fa. Il Museo è diviso in un due grosse aree: l’area archeologica (o sala espositiva) per la ricerca scientifica, la tutela e la conservazione dei ritrovamenti e il padiglione didattico  dedicato all’esposizione dei reperti al pubblico. La sala espositiva misura 65 mq e in essa sono presenti materiali e reperti originali restaurati, tra cui una gran quantità di manufatti litici e resti ossei dei grandi erbivori sopra elencati. Le pareti hanno pannelli e quadri illustrativi che aiutano il visitatore nella scoperta del museo. Supporti digitali touch aumentano l’interattività fra il Museo e il visitatore. Il padiglione didattico è grande circa 800 mq ed espone le scoperte archeologiche attraverso un percorso che racconta le fasi più importanti dell’evoluzione umana, dal Paleolitico all’Età dei Metalli, con particolare riguardo alla fase pre e protostorica in Molise. Tre sono le sezioni contraddistinte da differenti colori (rosso, ocra e verde). La sezione rossa si concentra nel periodo Paleolitico inferiore e Paleolitico superiore, esponendo materiali provenienti dagli scavi archeologici di Monteroduni e Rocchetta al Volturno, dalle attività di survey condotte a Pescopennataro, Carovilli, Vastogirardi e Sessano del Molise ed è arricchito dalla ricostruzione di una capanna paleolitica. La sezione ocra è riservata alla fase Paleolitico medio – Paleolitico superiore e contiene materiali degli scavi di Civitanova del Sannio e la ricostruzione di un riparo sotto roccia con incisioni e pitture rupestri di Morricone del Pesco di Civitanova del Sannio). La sezione verde espone i reperti archeologici, del periodo Neolitico – Età del Bronzo, (scavi di Monteroduni, Campomarino e Rocca di Oratino, Larino, Oratino, Montorio nei Frentani, Guglionesi, Longano e Casacalenda) e la ricostruzione di una capanna dell’Età del Bronzo.

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