Da Solopaca a Guardialfiera: viaggiando con lo scrittore molisano Francesco Jovine

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Nelle prime pagine del romanzo “Signora Ava” dello scrittore Francesco Jovine, nato a Guardialfiera in Molise il 9 ottobre 1902, si legge: “…la sera, a casa sua, al vicolo della Lava, contò i pochi ducati rimastigli e fece le valigie. La mattina a Porta Capuana prese la diligenza per Solopaca.”

A prendere la diligenza per Solopaca è Don Carlo un componente dei De Risio, una famiglia di piccola aristocrazia di Guardalfiera, di ritorno da Napoli dove aveva studiato e si era laureato. L’azione del romanzo si svolge ai tempi dell’Unificazione nazionale, negli anni successivi al 1860 e la narrazione tocca, seppure sbrigativamente, il tema del brigantaggio. Don Carlo arriva a Solopaca, ricordato nelle note del libro come “Centro della provincia di Benevento, sulla strada Napoli – Foggia” e da qui riprende il suo cammino a cavallo, in compagnia del suo servo Pietro.

Percorrendo la strada statale 647 Fondo Valle del Biferno da Vinchiaturo in direzione Termoli, sono visibili dei cartelloni espositivi collocati per ricordare i luoghi descritti da Jovine, in un percorso letterario tratto dalle sue opere molisane “Signora Ava” e “Le terre del sacramento”. In realtà Don Carlo non percorse la strada più comunemente, oggi, chiamata “Bifernina”, inaugurata solo nel 1989, ma la vecchia strada regia che passa a monte e che univa Campobasso a Termoli.

Nella sua prima parte del viaggio, Don Carlo, lasciata Solopaca, attraversando presumibilmente Guardia Sanframondi, San Lupo, Pontelandolfo, si porterà a prendere il tratturo Candela – Pescasseroli a Morcone per poi procedere per Vinchiaturo dove il tratturo si divideva in due rami: uno che deviava per Campobasso e l’altro che procedeva dritto passando per Isernia, che poi si sarebbero ricongiunti a Castel Di Sangro. Il Tratturo Candela – Pescasseroli, lungo 211 km, era ancora in uso fino ai primi anni del 1950, usato dai pastori abruzzesi per spostare grandi greggi di pecore a svernare in Puglia attraverso la pratica conosciuta come la “transumanza”. Lungo il percorso si diramavano vari rami che raggiungevano una fitta rete di centri che facevano della pastorizia e dell’arte della lana la loro principale economia, spesso praticando specializzazioni uniche che facevano la fortuna di alcuni prodotti tipici, ad esempio le coperte di lana di Morcone o i panni di lana di Cerreto Sannita, per secoli lavorati e colorati in quella che è conosciuta come la “Tinta”, a monte del paese.

I pastori furono anche abili creatori di cibi popolari, un tempo poveri, ma oggi molto ricercati come gli arrosticini, antenati, forse, degli spiedini e gli abbuoti, ovvero un budello, avvolto a forma d’involtino, contenente interiora di pecora o agnello, fortemente speziati molto diffusi nel Sud Italia dove prendono i nomi più svariati: in Ciociaria prendono il nome di abbticchie, in Molise e Puglia sono detti torcinelli, in Lucania gnummareddi, ove l nome richiama la forma del prodotto e deriva dal latino glomus, glomeris, cioè “gomitoletto”.  Per quelli delle nostre contrade restano meglio conosciuti come i mugliatielli.

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