L’emigrazione in Australia da San Lupo e dintorni

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Nel 1877, l’inchiesta Jacini condotta dal 1877 al 1886 per esaminare le condizioni dell’agricoltura nel paese, evidenziò che al primo posto, per numero di emigranti, in provincia di Benevento v’erano i lavoratori della terra: “In provincia di Benevento l’agricoltura è primitiva, semplice, patriarcale, estensiva, abbandonata alle sole proprie forze, che piglia alla terra senza restituire; la realtà è tremenda: le terre non hanno riposo; la sola gratificazione che conoscono è il concime di stabulario. L’arte della letamazione è rudimentale e senza precauzioni igieniche. La preparazione tecnica è inesistente. Ovunque regna l’immobilismo”.

Dal 1883 al 1920 dal Beneventano partirono più di diecimila persone e il circondario che pagò più di tutti la fuga dalle campagne fu quello di San Bartolomeo in Galdo con 7.723 emigrati, il circondario di Cerreto Sannita ne contò 2.639. L’ emigrazione ebbe una battuta d’arresto durante il fascismo quando Mussolini vietò anche l’emigrazione interna e rimase ferma per tutta la durata della seconda guerra mondiale per poi riprendere, fragorosamente, nel dopoguerra e precisamente negli anni successivi al 1950. L’emigrazione del secondo dopoguerra conobbe nuove mete come l’Europa del Nord e l’Australia che appariva decisamente più attrattiva del continente americano per la facilità d’ingresso e abbondanza di lavoro.

Dal circondario di Cerreto Sannita molti sono gli emigranti che scelsero l’Australia e la prima comunità a costituirsi a Sydney sembra essere stata quella di San Lupo; sanlupesi inseritisi nella vita australiana, avviarono pratiche di richiamo per amici e parenti anche dei comuni vicini soprattutto da Guardia Sanframondi, Casalduni, Fragneto, Pontelandolfo. Il lavoro (in città) era, prevalentemente, in fabbrica o nell’edilizia, molti, in continuità con le loro origini, andavano a lavorare come contadini nelle “farms” del “bush”, alcuni dei quali, buoni conoscitori delle tecniche agricole, spesso, si affrancavano dai padroni dando vita a piccole proprietà che sarebbero cresciute nel tempo facendo acquisire agli italiani un posto di tutto rispetto nella produzione agricola australiana, ad esempio: dei vini.

Una curiosità è quella che, costituitisi in piccole comunità spesso in ragione dei paesi di provenienza, i migranti abitavano i quartieri, a quei tempi, ritenuti popolari come Paddington o Bondi, che in seguito, a fronte di miglioramenti economici, lasciavano per la più “lussuosa” periferia tipo Leicchardt, oggi considerato il quartiere italiano per eccellenza, senza poter prevedere che, le loro prime case vengono attualmente vendute per milioni di dollari e i quartieri, un tempo popolari, sono divenuti fra i più esclusivi di Sydney.

Fino all’avvento della navigazione aerea si andava per mare e il viaggio durava circa un mese o anche di più a seconda delle condizioni dell’oceano che, contrariamente al proprio nome, spesso durante la traversata, non era per niente Pacifico. La compagnia di navigazione Lloyd Triestino impiegava tre navi gemelle l’Australia, l’Oceania e la Neptunia che facevano rotta, sempre a pieno carico, verso l’Australia. I porti italiani di partenza erano Genova, Napoli, Messina.

Nelle “Memorie di un Commissario di bordo” di Giulio Scala, lo stesso racconta: “erano state costruite nei cantieri di Monfalcone e – al contrario delle navi di costruzione britannica – lunghe e relativamente strette – erano piuttosto corte e alte di sovrastrutture. Con il monsone di traverso (che soffia da Sud-Sud-Est) ballavano e sbandavano come un ubriaco che usciva il sabato sera dopo avere incassato la paga settimanale dalla nota Osteria “… “La Neptunia non aveva aria condizionata e – attraversando il Mar Rosso – nei locali interni e nei “cameroni” la temperatura saliva a livelli molto alti, certamente ben oltre i 40-45 gradi centig. Le sale dormitorio da 50 letti erano ovviamente separate per uomini e per donne. Tali “locali”, adattati a dormitorio, non erano altro che stive di carico della nave.”…” Molte fra le donne partivano dal loro paese e villaggio vestite di nero, con il fazzoletto in testa e con le calze (nere) lunghe. Durante il viaggio, sulla nave, le possibilità di lavarsi erano limitate, e d’altra parte, per queste pie e caste donne, il lavarsi, specialmente in punti non visibili, era una cosa forse anche peccaminosa”…” Incominciava l’interrogatorio. La maggioranza dei dati basilari li potevamo prendere dal passaporto. I problemi (gravi) incominciavano quando dovevamo compilare i formulari per la Australian Customs.”…” Le domande: “Avete voi salumi, insaccati?…” … “Valuta in possesso allo sbarco?”. E qui la cosa era estremamente difficile. Sempre quella paura antica di venir derubati, li faceva rispondere: “Non ho soldi”. Allora noi si cercava di far loro capire che sarebbero stati meglio accolti dalle Autorità di Immigrazione se avessero dichiarato di essere in possesso di una certa somma di denaro, piuttosto che non se avessero detto di avere niente.”

Gli australiani, consapevoli e riconoscenti dell’apporto dei migranti nella crescita e nello sviluppo del paese, al porto di Sydney hanno collocato il “Welcome Wall”, una installazione che riporta i nomi dei tanti emigranti arrivati a Sydney, via mare, dagli anni 1950 in poi dove è facile che si possa leggere il nome di un proprio familiare sbarcato proprio in quegli anni.

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