Immagini dal Sannio: i Battenti del Venerdì Santo di San Lorenzo Maggiore

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Siamo in piena Quaresima e cominciamo a respirare i profumi di penitenza e redenzione della Santa Pasqua. A San Lorenzo Maggiore, nell’entroterra del Sannio beneventano, ogni anno la spiritualità di ogni cittadino emerge e si fortifica ancora di più proprio nel periodo quaresimale. Le settimane che precedono la Santa Pasqua sono ricche di emozioni e speranze e ci si prepara, fisicamente e spiritualmente, al grande Rito del Venerdì Santo, simbolo appunto di una grande spiritualità che ha le sue origini nel Medioevo. Quest’anno, a causa dell’emergenza sanitaria del Coronavirus, molto probabilmente tutto resterà fermo, congelato nei ricordi, cuore e animo di ogni laurentino: ma certamente lo spirito d’amore negli abitanti del piccolo borgo sannita è già di per sé vivo e pieno di speranza. A noi non resta che fare un piccolo viaggio virtuale in questa meravigliosa tradizione religiosa.

In questo  piccolo centro ogni anno, il Venerdì Santo, si svolge una singolare processione in onore della Vergine Addolorata. Le prime testimonianze di questa antica tradizione risalgono al ‘700: un nutrito gruppo di laurentini, incappucciati e penitenti, aprivano il corteo insieme alla statua del Gesù Morto precedendo verso quella della Vergine Addolorata, entrambe portate da fedeli incappucciati, seguite dagli altri fedeli, alcuni scalzi e altri portanti ceri votivi. L’origine della penitenza si lega proprio al culto di Gesù morto e della Madonna Addolorata che, fino agli anni Sessanta, era collocata nella Chiesa di San Rocco nel centro storico, sede dell’antica Congrega di Maria Santissima del Carmine avente il compito di predicare e istruire i fedeli alla penitenza. Di sera, una sorta di giullare, uno “strillone”, girava per le vie del paese, e invitava i cittadini a meditare sulla fugacità della vita e dei beni terreni, e sulla necessità di scegliere la conversione sincera del cuore. Lo faceva agitando un campanello per attirare l’attenzione, in modo che il tintinnio predisponesse i laurentini all’ascolto. Durante la Settimana Santa nelle varie chiese del paese veniva preparato il Santo Sepolcro e si eseguivano canti e letture penitenziali. Il Venerdì Santo, alle 7 del mattino, il popolo si radunava nella suddetta Chiesa di San Rocco, per portare in processione le due statue. Il corteo era aperto da un nutrito gruppo di ragazzi, coronati di spine, come Cristo, cinti di funi al torace e alle spalle, agitanti il fracasso, o battola, per riprodurre lo strepito fatto dai Giudei durante la passione di Gesù. Un altro gruppo di ragazzi intonava lentamente il canto del Miserere e di altri salmi. A seguirli, i membri delle varie Congregazioni religiose maschili e femminili. Dopo di loro si disponevano i penitenti incappucciati che si percuotevano con la disciplina, un oggetto penitenziale simile a un flagello ma costituito da più catene formate da piastrelle di metallo che durante la processione provocano ferite sanguinanti.

Oggi non c’è più lo “strillone” e la processione non si svolge più al mattino ma nel tardo pomeriggio, eppure tutto il resto è rimasto invariato. I protagonisti sono i Battenti o Disciplinari o ancora Flagellanti. A differenza dei battenti della vicina Guardia Sanframondi, penitenti che in occasione dei Riti Settennali di penitenza in onore dell’Assunta si battono con una spugna di sughero conficcata di spilli, i flagellanti, che pure ritroviamo a Guardia, per battersi utilizzano unicamente la disciplina. Sono uomini e donne laurentini, ma molti di essi provengono anche da paesi vicini, e indossano un camice bianco che richiama la purificazione, il volto coperto da un cappuccio forato agli occhi che li rende irriconoscibili e la testa circondata da una corona di lunghe spine che richiama quella di Cristo. Ai fianchi portano un lungo cordone intrecciato che ricorda le funi con cui Cristo fu legato e flagellato e si percuotono mentre camminano scalzi e con lento incedere, percorrendo le strade del paese che echeggia di canti e tintinnii di discipline. Il momento più particolare ed emozionante è quello in cui, al termine della processione, il corteo arriva in Piazza Largo di Corte ove avviene il commovente incontro tra l’Addolorata e i battenti che procedono in ginocchio fino all’interno della chiesa. Si tratta di una delle processioni più partecipate e ciò fa capire quanto i laurentini vivano intensamente la settimana santa, da sempre momento di penitenza e redenzione.

Quella della flagellazione è un’antica forma di penitenza che raggiunse la sua massima diffusione nel XIII secolo,  attraverso cui i fedeli, compatendo in modo attivo le sofferenze di Cristo, espiano i propri peccati e quelli della propria comunità e tramite la quale, nel Medioevo, si chiedeva a Dio la cessazione di catastrofi, guerre ed epidemie. La flagellazione era una pratica religiosa molto diffusa in svariate religioni del mondo antico, come ad esempio il culto egiziano di Iside, o i misteri dionisiaci. Anche durante le feste romane dei Lupercalia si usava fustigare le donne, rito usato per favorire la fertilità. Nel mondo cristiano, la flagellazione è suffragata da un passo biblico: “anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato” (Paolo, Prima lettera ai Corinzi 9,27). Verso la metà del XIII secolo, in Italia centrale, si sviluppò il movimento dei flagellanti, che organizzavano processioni  che attraversavano le città mentre i penitenti si percuotevano a sangue, per espiare i peccati del secolo e preparare l’avvento del regno dello Spirito. Nel tempo, il movimento si estese a tutta l’Europa.

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