Immagini dal Sannio: il costume e gli accessori della tradizione molisana

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Nel Molise di tanto tempo fa era facile dedurre il ceto di appartenenza soffermandosi sul modo di vestire di ogni persona. I più ricchi indossavano abiti raffinati, con un tripudio di trine, seta e merletti, mentre i meno abbienti possedevano unicamente il necessario per coprirsi e un solo abito “buono” che veniva indossato nei giorni di festa. La dote era la vera eredità che si riceveva da genitori e nonni, passaggi di beni di famiglia che dovevano durare tutta la vita. Quando gli indumenti ereditati in dote si consumavano, si usuravano, diventavano logori, non venivano certamente buttati, ma si rattoppavano o si ricucivano in modo da donar loro nuova vita, per essere sfruttati il più possibile. Questo in realtà non accadeva soltanto in Molise, ma dappertutto erano tali le usanze, in particolar modo laddove prevalevano le radici contadine. E i costumi tradizionali molisani sono la testimonianza di un popolo fieramente contadino, che si dedicava prevalentemente all’agricoltura e alla pastorizia, talvolta ad attività commerciali e artigianali. Ogni costume indicava non solo lo status, ma anche il comune di provenienza di chi lo indossava. Costumi, usi e tradizioni, modus vivendi che hanno subito l’influenza degli Spagnoli, della dominazione borbonica nel Regno di Napoli, così come quella dei Bulgari, degli Slavi e degli Albanesi, tutti popoli che nel susseguirsi dei secoli si sono stanziati in alcune zone molisane, influenzandone la vita quotidiana.

Solitamente per le donne si trattava di abiti larghi, affinché venisse assicurata ampia libertà di movimento. Solo le persone più abbienti si facevano confezionare i propri costumi da professionisti, perché le persone che dovevano badare ai propri risparmi li confezionavano in casa, autonomamente, con ago e filo e all’occorenza con telai rudimentali. In mancanza di sostanze chimiche coloranti il colore veniva ricavato da sostanze naturali: il giallo dallo zafferano, il nero dalla fuliggine dei camini, il rosso dalle barbabietole, il verde dalle erbe… A volte si producevano tessuti unicamente per la vendita nelle fiere dei paesi più grandi, come Campobasso o Bojano o Sepino. Molto diffusa era la lavorazione dei metalli preziosi che venivano indossati insieme ai vestiti. Le donne, inoltre, non utilizzavano cappotti, ma mantelline lavorate a maglia e un grembiule sui gonnelloni, colorato e annodato dietro la schiena. A proposito di gonne, esse erano per lo più molto lunghe, ampie e talvolta arricciate in vita, prevalentemente di colori scuri per porre un freno a lusso e sfarzo e per dare esempio di semplicità. Le camicie bianche erano un punto in comune tra donne e uomini, spesso utilizzate come indumenti intimi che venivano mostrati e talvolta finemente decorati. Piedi e gambe, fino al ginocchio, venivano ricoperti da calze di pezza o di lana. così da essere quasi invisibili. I bordi dei corpetti venivano rifiniti con una fettuccia rossa, verde, rosa o celeste e i corpetti più belli e più rifiniti venivano utilizzati nelle occasioni speciali, con tessuti più o meno pregiati in base alle esigenze.

Costume tipico di Roccamandolfi

Tra i principali accessori ricordiamo la mappa, copricapo di lana o di lino bianco che veniva indossato esclusivamente dalle donne sposate, piegato con una tecnica spesso complessa, utilizzata da persone esperte. A questa tecnica di piegatura si ricorreva prevalentemente nelle grandi occasioni, perché quando si doveva ricorrere alla tecnica più sbrigativa, si usava il sistema del fasciaturo. Anche la mappa indicava il luogo di appartenenza e lo status, in base ai colori e alle decorazioni utilizzati. Il maccaturo era un fazzoletto solitamente di lino, lana sottile o seta, che veniva avvolto intorno alla testa a mo’ di turbante. I gioielli in oro, argento e corallo, come orecchini a bottoncino o pendenti o collane, venivano indossati in quantità notevole il giorno delle nozze e nelle feste importanti, e spesso erano ereditati da nonne e bisnonne o ricevuti come dote. Le donne sposate indossavano degli spilloncini infilati nella mappa uno per ogni anno di matrimonio, mentre le vedove eliminavano ogni tipo di decorazione, rimuovevano i colori e si vestivano di nero per tutta la vita. Particolarmente dal secolo XVIII, a partire dall’inizio della dominazione borbonica nel regno di Napoli, cominciarono a sorgere anche fabbriche locali di tessuti pregiati e di guarnizioni, di gioielli e di altri elementi decorativi, tra le quali quella di San Leucio che riforniva il Molise di buoni prodotti, in particolare di stoffe e sete. Gli uomini si vestivano in maniera più sobria, solitamente con colori scuri, e i loro costumi non differivano molto a seconda della zona di appartenenza. Di solito i loro capi si limitavano a calzoni, solitamente lunghi fin sotto il ginocchio e sorretti da bretelle, camicia bianca, camiciola o gilet, e giacca corta. In inverno utilizzavano un mantello scuro a ruota. Anche loro utilizzavano qualche gioiello in occasione di eventi e ricorrenze importanti, come fidanzamento, nozze o funerali di persone care. Anche per gli uomini, come per le donne, alcuni oggetti, gioielli e accessori dell’abbigliamento erano legati alle ricorrenze importanti della vita: il fidanzamento, le nozze, la morte.

In copertina il costume tipico di Frosolone.

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