Immagini dal Sannio: il percorso matesino e sannita del Giro d’Italia

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Il Sannio beneventano sta per tingersi di rosa, grazie al passaggio e all’arrivo dell’ottava tappa del Giro d’Italia che il prossimo 15 maggio partirà da Foggia e arriverà a Guardia Sanframondi. Dalla Capitanata al Sannio, dunque, percorrendo strade, saliscendi e paesaggi di rara bellezza e importanza storica e culturale. Un paesaggio ricco di risorse e bellezze naturalistiche, dallo stampo prettamente agricolo, dove valli, campi aperti, oasi naturalistiche, chiese, tradizioni, vigneti e uliveti fanno da sfondo a uno spettacolo mediatico che vedrà coinvolti spettatori da ogni parte del mondo. Un territorio che parla con la sua storia, grazie alla sua cultura senza tempo, con le sue tradizioni che ci immergono in una identità prevalentemente rurale e ricca di bellezze da scoprire. Per esempio, una volta lasciata la Puglia, Foggia precisamente, e dopo essersi accostati al capoluogo del Molise, Campobasso, ecco i nostri corridori immergersi nel verdeggiante e lussuoso paesaggio di Guardaregia, ai confini tra Molise e Campania, bella testimonianza matesina di incanti e meraviglie naturalistiche. È proprio qui, infatti, che boschi, grotte, cascate e canyon fanno parte di una delle più grandi oasi del WWF in Italia, esattamente quella di Guardiaregia-Campochiaro. Paesaggi unici e luoghi in cui perdersi tra il silenzio della natura e invitanti meditazioni personali. A tu per tu con il fruscìo delle foglie, con l’aria salubre e incontaminata, con i passi felpati di animali in lontananza, con le emozioni di prati in fiore e di cascatelle d’acqua che saltano e schizzano. Tutto ciò sotto l’imponente Monte Mutria e una vasta distesa di faggi, tipici della zona, tra i quali ve ne è addirittura uno di 500 anni, con una circonferenza del tronco che per poco non arriva ai 5 metri. Lecci, lupi, nibbi, tassi, poiane per proseguire sulla scia matesina che porta a Bocca della Selva, piccola località a 1450 m.s.l.m., nel quale è possibile trascorrere spensierate giornate estive circondati dal bellissimo e rigoglioso bosco e giornate invernali tra risate di bambini, slittini e bob, nel deserto bianco che la distesa di neve comporta. Il suo sottobosco è ricco di funghi, tra cui i rinomati porcini, ma è possibile trovare anche lamponi e fragole in quella che è considerata la perla bianca del Matese.

Pietraroja è un piccolissimo borgo che appassiona per i suoi tetti che si succedono e le strette vie che si rincorrono e incontrano nel piccolo borgo di pietra. Un paese che è risaltato sotto le luci della ribalta mondiali per via delle importanti scoperte geologiche qui fatte. Tanto è vero che Pietraroja è considerata un vero e proprio museo a cielo aperto, dato che milioni e milioni di anni fa, all’interno del suo territorio, vi era una piccola laguna le cui particolari condizioni ambientali e geologiche hanno permesso la conservazione degli organismi marini e terrestri che tutt’oggi possiamo ammirare come reperti fossili. Certamente Ciro è il cucciolo più importante, uno dei ritrovamenti più straordinari legato a questo piccolo borgo di poche centinaia di abitanti. Un cucciolo di dinosauro dal peso di 200 grammi e vissuto 113 milioni di anni fa, che ha fatto del centro di Pietraroja, paese che prende il suo nome dal colore della bauxite (pietra rossa) presente in grandi quantità nella zona, la sede di un ente geopaleontologico di grande rilevanza, il cui museo è stato allestito addirittura da Piero Angela. Si tratta di uno dei più importanti giacimenti fossiliferi italiani, conosciuto da più di 200 anni. Nell’Annuario generale del Regno del 1933, Pietraroja era indicata come “località alpestre, di rigidissimo clima, alle falde del Monte Mutria”. E si aggiungeva: “Si producono ottimi prosciutti che vengono esportati“. Il Prosciutto di Pietraroja, infatti, eccellenza gastronomica, è riconosciuto come PAT – Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, su proposta della Regione Campania. È caratteristico per la sua essiccazione naturale, la lieve affumicatura e una morbida consistenza.

Cusano Mutri è uno dei borghi più belli del Sannio, che rientra nel circuito dei Borghi più belli d’Italia, il club che nel 2001 nacque dall’esigenza di valorizzare lo straordinario patrimonio di storia, cultura, arte, ambiente e tradizioni dei piccoli centri italiani. E Cusano è uno splendido gioiellino dell’area matesina, con un patrimonio artistico, storico e culturale di grande rilevanza. Un borgo che conserva ancora oggi il fascino medievale dei tempi passati, il cui centro storico, caratterizzato dalle sue tipiche case bianche in pietra, è un vero dedalo di viuzze e scalinate da salire e scendere e poi risalire, ma da cui, all’improvviso, si affacciano slarghi, piazze e chiese. Al centro del paese è la bella e caratteristica Piazza Roma, scenografica e a forma di anfiteatro, con diverse rampe di scale in pietra viva che confluiscono su più pianerottoli lungo la salita, la quale è circondata da antichi palazzi in pietra disposti in verticale che la rendono sicuramente una delle piazze più suggestive del paese. Piazza Lago, invece, si trova nella parte alta del borgo e ospita i resti del castello marchesale costruito su di una grande morgia. La chiesa di San Giovanni Battista, la più grande di Cusano Mutri, con la sua facciata in stile romanico e un interno di tipo basilicale, e imponenti colonne di pietra, conserva l’importantissima Sacra Spina della Corona posta sul capo di Gesù, portata da un cavaliere di ritorno dalla Terra Santa. Da quel momento la popolazione fedele di Cusano Mutri ha fatto ricorso alla Spina Santa in ogni momento di bisogno, invocandola e portandola in processione, ottenendo sempre dei miracoli. Ancora oggi il 3 agosto, di buon mattino, si svolge tale processione verso Monte Calvario con i partecipanti scalzi, in segno di penitenza. Siamo in un contesto naturalistico e paesaggistico davvero notevole, con ampi e distesi spazi verdi, vallate in cui pastorizia e allevamento di bovini e ovini la fanno da padroni. Ecco, quindi, che formaggi, caciocavalli, caciotte, prosciutti, salumi tipici prendono vita dalle sapienti mani degli artigiani della gastronomia locale. Un gioiello che gode della protezione del Monte Matese, in particolare del Monte Mutria e dei percorsi naturalistici che offre. Le sue forre, la Gola di Caccaviola, le Gole di Conca Torta, sono un incanto per occhi e cuore.

Tetti di Cerreto Sannita, foto di Fabio Del Vecchio

Rinomato gioiello del Sannio, dapprima feudo della famiglia Sanframondo, poi dei Carafa che la eressero a “Civitas totius superioris state metropolis”, ossia città capoluogo della contea superiore, Cerreto Sannita è “Città di fondazione” in quanto, dopo il terremoto del 5 giugno 1688, che distrusse completamente la città medievale e molti paesi vicini, non fu ricostruita seguendo il modello del paese distrutto, ma uomini lungimiranti, come il Conte Marzio Carafa e il Vescovo De Bellis, decisero che bisognasse partire da zero, costruendo il paese leggermente spostato rispetto al sito originario, dando all’architetto Giovanni Battista Manni ampia libertà nella nuova progettazione. Il suo centro storico regala bellissimi e suggestivi scorci, in stile tardo barocco, e le sue strade si intersecano sul modello romano di cardini e decumani. Cerreto viene anche chiamata la Piccola Torino, perché il suo schema interno a scacchiera è fortemente somigliante al centro storico del capoluogo piemontese, come notò un funzionario borbonico che le fece visita nel 1842. Numerose, importanti e caratteristiche sono le sue chiese: la chiesa Cattedrale, probabile opera di Bartolomeo Tritta, la Collegiata di San Martino, il Santuario della Madonna delle Grazie sono solo alcuni dei nomi che potrei fare. Tra i suoi illustri edifici, il Palazzo del Genio, il Palazzo Sant’Antonio, il Palazzo vescovile e il Seminario diocesano. Nel territorio di Cerreto sono presenti, inoltre, numerose botteghe di ceramisti che continuano a riprodurre il vasto repertorio della ceramica artistica tradizionale cerretese. La ceramica di Cerreto, infatti, ha antiche origini anche se il periodo più florido è successivo al terremoto del 1688, quando molti faenzari napoletani diedero vita a una nuova arte ceramica maggiormente fastosa e baroccheggiante. Cerreto è stata socio fondatore dell’AICC, Associazione Italiana Città della Ceramica. Telese Terme è la Città dell’acqua del Sannio, il cuore pulsante della Valle Telesina, il centro commerciale dell’intera area geografica e certamente uno dei punti di riferimento, nella vita quotidiana, degli abitanti del Sannio beneventano. In epoca ottocentesca Telese aveva già cominciato a sfruttare le sue sorgenti termali, utilizzandole a fini terapeutici, divenendo anche un centro rinomato dal punto di vista della rete commerciale e turistica: in estate, specialmente, vi accorrevano bagnanti provenienti da varie zone di Campania e Puglia per mezzo di un treno speciale che collegava Napoli con le Terme. Nel 1822 vi fu la prima idea di sfruttare le sue acque a scopo curativo e di costruire uno stabilimento balneare. Nel 1861 furono fondate le Antiche Terme Jacobelli, dal cavaliere Achille Jacobelli di San Lupo, nel gergo telesino chiamate comunemente Terme Vecchie.  Era un ameno luogo ricco di verde, camerini, sedili in marmo bianco, una grande fontana e una vasca sempre di marmo, nella quale affluiva l’acqua che si rinnovava di continuo. Le moderne Terme si trovano in un parco immerso tra alberi secolari, con le sue rinomate piscine Pera e Goccioloni, sfruttate a fini terapeutici, e con le acque utilizzate per curare malattie otorinolaringoiatriche e delle vie respiratorie, ginecologiche e dell’apparato gastroenterico, oltre che cardiovascolari. L’Acqua di Telese viene imbottigliata nelle sue tradizionali bottiglie di vetro verde, col suo inconfondibile sapore dovuto alla presenza di idrogeno solforato, ricca di sali minerali, adatta per la cura dei problemi dell’apparato digerente. Il Lago di Telese è una delle più importanti attrazioni della cittadina termale: si formò proprio a causa degli sprofondamenti e della formazione di paludi che vi furono dopo il terremoto del 1349. È un lago di natura carsica, una dolina, sotto la quale confluivano le acque del Grassano, del Calore Irpino e del Seneta, dalla profondità massima di 30 metri.

Il lago di Telese, foto di GAIA studio

Castelvenere è un piccolissimo borgo circondato da colline ricche di vigneti e di uliveti, rigogliose e verdeggianti, fra cantine tufacee, nel cui interno la temperatura e l’umidità si mantengono sempre costanti, per cui considerate il luogo ideale per la vinificazione e la conservazione del vino. Si tratta di un antico centro agricolo, piccolo borgo che nasconde un forte senso di comunità e identità. Ettari ed ettari di terreni agricoli l’hanno fatta riconoscere come comune più vitato del Sud Italia, un borgo rurale che fonda la sua economia sull’agricoltura stessa, e più precisamente sulla viticultura. Un territorio di pianura, dove i produttori locali hanno cercato, per i loro vigneti, le posizioni migliori per ottenere uve idonee alla produzione di vini in linea con gli elevati standard presenti nella provincia di Benevento. In piena Valle del Vino sannita, in quello che è certamente il paese tra i più piccoli della Valle Telesina, ha registrato un notevole sviluppo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, assumendo una fisionomia tutta nuova, terra antica pervasa di misticismo e di intensa religiosità popolare. A Castelvenere è legato uno dei rinvenimenti dell’archeologia preistorica più interessanti del Mezzogiorno, la palafitta detta di Castelvenere, dovuto a un presunto evento miracoloso. Tale avvenimento risale al 1898, quando la Madonna apparve a una veggente che fu sollecitata a scavare terreno di proprietà della famiglia Piccirillo dove, secondo la medium, sarebbe stata sotterrata un’immagine sacra di grande valore taumaturgico. Il suo borgo medievale è molto curato, con il Palazzo Barone, la Torre di Venere, crollata nel 2006 e riconsegnata alla sua comunità nel 2016, restituendo al territorio lo splendore della sua antica fortezza, datata XV secolo, una delle torri che dovevano difendere, insieme al castello, l’antico borgo medievale, la via del Fossato e piazza Mercato che accoglie al centro l’antico pozzo. La meta del nostro viaggio, o meglio di quello della carovana Rosa del Giro d’Italia, è la Straordinaria Gemma del Sud, la Regina dell’enoturismo sannita, la Bella per antonomasia: Guardia Sanframondi, Il nome di stampo normanno, Warda, ossia luogo di guardia, di vedetta, richiama proprio l’elevata e strategica posizione collinareE, proprio da questa bella collina, si riesce a dominare con lo sguardo tutta la Valle del medio e basso corso del fiume Calore. I conti Sanframondo dotarono Guardia di un enorme castello che permetteva il controllo dell’intera vallata, baluardo dell’intero sistema di difesa sannita. Il Castello è un po’ il simbolo storico e architettonico di Guardia, che nel tempo ha assunto una sagoma da palatium. Negli anni Ottanta dello scorso secolo, dopo anni di restauro e di ricostruzione, si sono recuperate le rovine di ambienti e del bellissimo giardino pensile allestito a teatro all’aperto destinato alle rappresentazioni teatrali, alle proiezioni cinematografiche, a eventi, incontri, presentazioni di libri, manifestazioni interculturali organizzate durante le numerose manifestazioni estive di cui Guardia Sanframondi si rende protagonista. Il castello è davvero la vedetta della Valle, da cui si gode di un singolare panorama. Borgo di cultura, raffinata bellezza, dove vicoli e stradine si intersecano e si salutano. Campanili che svettano, uomini storici che richiamano a tanta cultura, memorie di tempi economicamente floridi, come quello dei conciatori di pelle, terra di tradizioni e Riti. E se parlo di Riti non mi riferisco al caso: c’è un richiamo, un forte richiamo verso la Vergine che Guardia ama come una Madre, il cui culto unisce tutti in quella grande Fede, in quella immensa devozione di cui il popolo guardiese è rinomato. Riti molto antichi e che, a scadenza settennale, fanno issare i nobili sentimenti di ogni abitante del borgo del Sannio verso una devozione naturale nei confronti dell’unica figura materna che Guardia riesce a riconoscere. Nel bel Santuario mariano dell’Assunta e di San Filippo Neri, Basilica Pontificia di Guardia Sanframondi, troviamo la luminosissima struttura architettonica a croce latina, a tre navate, la cui centrale è, ovviamente, dedicata all’Assunta. Lei è lì, in fondo, in una nicchia ricavata sotto a un maestoso baldacchino settecentesco, sempre illuminata, in atto benedicente, assieme al Bambino che ha in braccio, a guardare dritto negli occhi di chi si prostra ai suoi piedi, in una commovente scena di comunione verso il fedele. Da secoli, la Vergine è vestita da una veste di seta ricamata d’oro, che non fa altro che esaltarne la luce e la bellezza. Le stelle sul manto d’oro trapuntato ne esaltano purezza e lucentezza. Lei è la Madre di ogni guardiese, di ognuno che con la sua più grande e profonda devozione Vi si rapporta in una dimensione difficile da spiegare. Guardia è terra di Vino, di Falanghina, di ricchi vigneti che hanno fatto parlare di sé al mondo. Ed è proprio il mondo che l’ha scelta, perché da vari angoli del globo tante persone l’hanno preferita come luogo in cui vivere una dream life. Per trasferirsi, restare e non andare più via.

In copertina, Guardia Sanframondi

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