Immagini dal Sannio: la religione e il politeismo dei Sanniti

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Cerimonia religiosa osco – sannita, immagine di copertina tratta da archeoflegrei.it

La civiltà dei Sanniti, dedita essenzialmente alla pastorizia, all’agricoltura ma anche alla guerra, diede grande rilevanza a una religione, tipicamente politeista che, al pari di altri popoli italici, utilizzava lo stesso luogo per celebrare contemporaneamente il culto di due o più dei. Uno degli elementi che stanno a sottolineare la loro profonda religiosità è il rispetto che avevano per il culto delle popolazioni con cui venivano in contatto, praticando spesso rituali e sacrifici che appartenevano ad altre popolazioni. Data la loro natura prettamente rurale e agreste, concepivano il proprio mondo come popolato di spiriti misteriosi e poteri sovrannaturali, numina benevoli e talvolta malevoli, di cui era necessario conquistarsi il favore e non l’inimicizia. Essi non sempre venivano immaginati nel loro sesso, potevano tanto essere di natura maschile che femminile, e potevano avere qualsiasi età. In ogni caso, i numina antropomorfi nella maggior parte dei casi erano dee piuttosto che dei. I Sanniti officiavano i propri riti propiziatori nei confronti di questi spiriti sui campi, nei boschi, presso le sorgenti, vicino ai luoghi di sepoltura, ma anche presso il focolare domestico, la cui porta era il primo collegamento con l’esterno. I luoghi di culto per lo più erano spazi all’aperto, che possedevano degli altari in pietra dove celebrare le divinità. Uno dei posti più tipici utilizzato per tale attività era l’hurtz, che in latino conosciamo come hortus, recinto sacro che poteva trovarsi in un bosco o in una radura. Una sorta di locus amoenus, che spesso conteneva in sé sacelli, pozzi, vasche e qualsiasi altro elemento che potesse servire per praticare i riti, delimitato da palizzate o da muretti, che anticipò di qualche secolo la costruzione dei templi sacri. Di questi ultimi, tra i più rappresentativi della civiltà sannitica erano quello di Pietrabbondante o di Pietravairano, nei quali si celebravano pratiche religiose ma anche riunioni politiche o assemblee federali, attività commerciali e rappresentazioni teatrali. Una sorta di quello che in seguito furono l’agorà greca o il foro romano, anche se con finalità spesso diverse. Durante le celebrazioni religiose, nei santuari si allestivano oasi di ristoro per i pellegrini che lì potevano rifocillarsi e trovare un posto sicuro in cui trascorrere la notte. I meddices, in particolare il meddix tuticus, erano i sacerdoti che avevano l’incarico di sorvegliare e regolamentare le celebrazioni di stato, di definire i confini dei santuari, di adattare la vita religiosa ai mutamenti provocati dalla dominazione romana.

La Tabula Osca, nota anche come Tabula Agnonensis, Tavola di Agnone, è una tavoletta con iscrizione in lingua osca su entrambi i lati che, insieme alla Tabula Bantina e al Cippus Abellanus, rappresenta una delle più importanti testimonianze esistenti dell’ormai estinto idioma degli Osci. È la prova che diciotto divinità venivano adorate nello stesso luogo sacro, distante dai luoghi abitati. La prima parte del testo descrive un sacro recinto dedicato a Cerere, la dea della terra e della fertilità e nume tutelare dei raccolti dove, nel corso dell’anno, seguendo delle scadenze stabilite, avevano luogo cerimonie religiose. Ogni due anni presso l’altare del fuoco si svolgeva una cerimonia speciale e, in occasione dei Floralia, festività primaverile di carattere agreste, nei pressi del santuario si celebravano sacrifici in onore di quattro divinità. Sul retro della Tabula si precisa che al recinto sacro appartenevano gli altari dedicati alle divinità venerate al suo interno e si afferma che solo quanti pagavano le decime erano ammessi al santuario, passando a elencare, come in una sorta di inventario, le proprietà del santuario, le persone che potevano frequentarlo e quelle che lo amministravano.

La Tabula osca, foto tratta da amicidicapracotta.com

Húrtín kerríiín è l’espressione con cui è indicato il luogo sacro, espressione che tradotta vuol dire “orto sacro di Cerere”, laddove al termine húrtín sarebbe da porre in relazione il latino hortus e il nome Uorte, orto, col quale, secondo la tradizione locale, veniva anche denominata nell’800 la località Fonte del Romito, luogo tra Agnone e Capracotta dichiarato di ritrovamento della Tabula. Le divinità menzionate si ricollegano all’agricoltura, al raccolto e ai frutti della terra, così come viene sottolineato dall’uso dell’epiteto Kerríiaís, cereale, a cui forse non è estraneo l’attuale nome del vicino Monte del Cerro. Il termine compare accanto al nome di altri dei: Kerres, ossia Cerere alias la greca Demetra, a cui era dedicata l’area sacra; Vezkeí, identificato con Vetusco oppure VeioveEvklúí Patereí, ossia Euclo padre, Ade, Mercurio nel suo aspetto di psycompomposFutreí KerríiaíPersefone figlia di CerereAnter Stataí, la levatrice che “sta prima” del parto; Stata Mater, la levatrice che sta “in mezzo” o durante il parto; Ammaí KerríiaíMaia, dea italica della primavera; Diumpaís Kerríiaís, ninfe delle sorgenti; Liganakdíkei Entraí, divinità della vegetazione e dei frutti; Anafríss Kerríiuís, entità delle piogge; Maatúís Kerríiúís, dea italica legata al parto, all’allattamento e dispensatrice di rugiada per i raccolti; Diúveí Verehasiúí, identificato con Giove Virgator, che presiedeva all’alternanza delle stagioni; Diúveí RegatureíGiove PluvioHereklúí KerríiuíErcolePatanaí Piístíaí, dea della vinificazione, coleri che faceva aprire le spighe per la trebbiatura; Deívaí GenetaíMana GenetaPernaí KerríiaíPales, dea dei pastori e del parto felice; FluusaíFlora nume tutelare dei germogli. Sotto la suprema egida di Cerere, queste divinità avevano il compito di favorire la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti. Non solo: i Sanniti adoravano e veneravano anche Angitia, dea della guarigione e della sicurezza, Apollo, Castore e Polluce, Ercole, Ermes, Dioniso, Diana, Marte.

I nomi della Tabula Agnonensis sono tutti legati alla natura e richiamano gli elementi essenziali della sopravvivenza dei Sanniti. Con l’avvento dell’influenza ellenica, i Sanniti cominciarono a credere nell’aldilà. Questo è dimostrato da pitture rinvenute in alcune tombe. Nella zona di Alfedena, in Abruzzo, sono state rinvenute numerose tombe a tumulo nelle quali venivano deposti i defunti, in posizione supina, insieme a cibo, che spesso era l’ultimo pasto fatto dal defunto, corazze, monili e gioielli, oggetti che li avevano accompagnati durante la vita quotidiana e che li avrebbero accompagnati nel viaggio eterno. Veniva deposto anche del vasellame. Le ceramiche utilizzate nelle tombe, generalmente in bucchero nero e rosso, venivano importate in gran parte dalla Campania. Nelle tombe maschili spesso venivano inseriti i cinturoni indossati in vita, a testimonianza dello status sociale di guerriero, oppure altri tipi di armi. Nelle tombe femminili, invece, erano inserite fibule in ferro, in bronzo o in argento, anelli e arnesi per la lavorazione della lana. Tra il V e il III sec. a.C. le tombe erano semplicemente delle fosse di terra ricoperte in genere da pietre tombali di tufo. I defunti venivano messi in sarcofagi o casse di legno, e le tombe avevano una disposizione tale che i piedi del defunto erano orientati in direzione est – ovest.

La cerimonia più importante e diffusa tra i Sanniti consisteva nel Ver Sacrum, Primavera sacra, voto che consisteva nel dedicare a una divinità tutto ciò che sarebbe nato nella primavera successiva all’evento funesto. Potevano essere umani, animali, piante, eventi, e i primogeniti nati dal 1° marzo al 30 aprile della seguente primavera. Non si ricorreva più alla immolazione di vite umane, ormai ritenuta crudele e antiquata, ma si dava vita a una migrazione di giovani dal territorio d’origine verso una nuova terra, da colonizzare, rendendo possibile la nascita di nuove comunità e di nuovi popoli. Spostamenti che avvenivano sotto la guida di un animale totemico, interpretandone i movimenti e il comportamento, assunto probabilmente a insegna sul vessillo del gruppo, il cui nome avrebbe ispirato quello della nuova tribù che si sarebbe formata. Ecco ad esempio il latino Picus (picchio), che avrebbero ispirato i Piceni, il greco Lùkos (lupo) per i Lucani, il sabino Hirpus (lupo) per gli Irpini. Per i Sanniti era il toro. Gli animali, in realtà, venivano ancora sacrificati, ma i bambini piuttosto che immolati, crescevano come sacrati, ossia protetti dagli dei, e in età adulta dovevano emigrare e fondare altre colonie. Si tratta di un elemento di estrazione indoeuropea, che presso i celti ha avuto un fortissimo sviluppo.





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