Immagini dal Sannio: la Santa Spina di Cusano Mutri, invocata durante le calamità

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Cusano Mutri è un meraviglioso borgo nascosto fra i monti del massiccio del Matese, del quale si parla anche grazie a una reliquia conservata nella chiesa parrocchiale del paese, verso cui i suoi cittadini mostrano grande devozione. Alla fine del periodo delle crociate, ai confini dell’allora paese di Cusano, un giorno all’alba, tra i monti, venne avvistato un cavaliere crociato, Barbato Castello, originario del paesino sannita. In località Filette, alla vista dello straniero, i guardiani del paese lo attaccarono, facendo cadere il cavallo dal dirupo alto più di cento metri, nella forra di Caccaviola, atterrando sulla roccia sottostante, ma uscendone miracolosamente illeso. Quel luogo, ancora oggi è chiamato Zumpë o Barbatë. Pare che le impronte dei suoi stivali sarebbero ancora impressi nella roccia e scoperti dalle guide montane locali. La leggenda afferma che il cavaliere Barbato custodisse una spina della corona di Cristo proveniente dalla Terrasanta e custodita in un cofanetto di pelle intarsiato.

Procediamo con ordine. Il papa beneventano Alberto da Morra bandì la terza crociata dopo che il temibile Saladino aveva riconquistato Gerusalemme. Ascese al soglio pontificio con il nome di Gregorio VIII e fece appena in tempo a indire la crociata che solo due mesi dopo, nel dicembre del 1187, morì succeduto da Clemente III che la continuò. Ogni signore cristiano, proporzionalmente alla sua ricchezza, era tenuto a contribuire alla formazione dell’esercito di Dio e Guglielmo II di Sanframondo, Conte di Cerreto, Limata, Guardia, Faicchio, San Lorenzo, Massa, Cusano e Pietraroja, fornì al Pontefice cinque cavalieri armati e partecipò egli stesso, mettendosi alla testa di quel drappello. Si unì alla Guerra Santa anche molta fanteria: gente del popolo, devoti e credenti che, con la promessa dell’indulgenza plenaria e di avere un posto in Paradiso assicurato, pur non avendo una propria armatura, partecipava alla spedizione al motto “Dio lo vuole” con la certezza di contribuire alla sua maggior gloria. Dalle terre dei Sanframondo, in particolare da Cusano e Cerreto, nel 1190 partirono per la Terra Santa molti crociati. Barbato partì dal suo paese con la grande speranza che, grazie alle sue gesta in Terrasanta, avrebbe conquistato un posto nel regno dei Cieli. Nel frattempo, in quelle terre, riuscì a conquistare il cuore di una fanciulla. S’innamorò, ricambiato, della figlia del custode del Tempio di Gerusalemme dove era conservata la corona di spine che cinse la testa del Cristo sulla croce. Quella che aveva quando ebbe l’incidente a cavallo non era che l’ultima delle tre spine che la donna gli donò. Dopo aver lasciato la Città Santa, il crociato Barbato sbarcò a Venezia, e in quell’istante le campane cominciarono a suonare incessantemente, finché venne fermato dalla polizia locale che gli chiese cosa portasse e, appena saputo la verità, gli fu intimato dai militari, di lasciare alla città una delle spine sacre. Riprese il viaggio giungendo a Roma e anche lì si ripeté la stessa scena: le campane suonarono all’improvviso per alcuni minuti e la polizia locale lo fermò costringendolo a “donare” una delle spine alla città di Roma.

Barbato desiderava più di tutto lasciare la terza spina nel suo paese natale, a costo di perdere la vita, e così decise di continuare il suo viaggio fra i monti in modo da non essere più fermato dalle autorità locali. Giunto a Cusano, nei pressi del Santuario benedettino di Santa Maria del Castagneto, centro monastico dei benedettini di S. Vincenzo al Volturno, tenutari dell’intera conca, come nelle volte precedenti le campane suonarono a festa per alcuni minuti. In quell’istante capì che doveva assolutamente affidare la Spina Santa ai monaci del Santuario della periferia cittadina, e così fece. La consegnò in una modesta custodia di cuoio, con la punta erosa, dal colore del legno invecchiato, dove da una parte era incisa la figura di un pellegrino con bastone e campanella e dall’altra, racchiusa in un cerchio, una T scritta in greco, una tau, che per i primi cristiani era il simbolo di Cristo ripreso, poi, dai Cavalieri Templari che ne fecero il loro emblema. Oggi la Spina è ancora presente nella chiesa di San Giovanni Battista di Cusano Mutri, la più grande di quelle che si trovano nel paesino, in un nuovo reliquario d’argento massiccio, fatto forgiare nel ‘600, anche se viene ancora conservato l’astuccio originario, ed è molto venerata dalla popolazione locale.

Nel 1596 il Vescovo Savino la fece collocare in una nicchia nei pressi dell’altare maggiore. Una sua notizia è datata 1596, quando il Monsignor de Bellis e il suo vicario Imperatrice, fecero togliere la spina dalla sua custodia per riporla nel suddetto reliquiario d’argento. Nel 1683 si ebbe un evento miracoloso: la spina diventò due volte di colore rosso accesso “a guisa di candela mentre si portava in processione” e così accadde anche il 3 febbraio del  1710, quando si illuminò per ben due volte “come a lume di candela” . L’ultimo evento miracoloso è annotato nei registri parrocchiali il 3 agosto 1805. Quel giorno, durante una serie di terribili scosse telluriche iniziate il 26 luglio, i cusanesi supplicarono la loro Sacra reliquia portandola in processione verso la chiesa di Santa Croce al Calvario, eretta dalla gente di Cusano in segno di ringraziamento per il miracolo di essere scampati, in gran parte, al tremendo terremoto del 1688 che distrusse tutt’intorno Civitella, Cerreto e Pietraroja. Durante quel rito religioso la punta divenne bianca e cominciò ad aprirsi come se volesse germogliare. Il terremoto cessò quel giorno stesso, e il miracolo venne documentato da testimonianze giurate fornite davanti a un notaio. Fu così che il popolo fece voto di ringraziare il Cielo con una solenne processione di penitenza che ancora si svolge, con folta presenza di fedeli, il 3 di agosto di ogni anno. La Spina di Cusano Mutri, ha pertanto manifestato fenomeni di “rosseggiamento” comparabili a intrisioni di sangue vivo e “biancheggiamento” assimilabile alla fioritura; elementi comuni anche ad altre Sacre Spine che in alcuni casi sono state occasione di “verdeggiamenti”, caratteristici di rivitalizzazione della stessa.

Nel 1980 si svolsero dei lavori di ristrutturazione nella parrocchia di San Giovanni Battista dove ora è custodita la reliquia e il prezioso cofanetto fu riposto negli armadi della sagrestia per proteggerlo dai lavori. Tuttavia, la custodia per un periodo non fu più ritrovata e Don Donatello, viceparroco dal 1999 al 2014, nel 2012 finalmente la ritrovò nei locali antistanti la chiesa. Cosa c’è di vero in tutta questa storia? Partiamo col dire che l’adorazione delle reliquie della passione di Cristo durante il Medioevo e dopo le Crociate ebbe una diffusione enorme, tanto che in Europa circolarono tantissime di queste reliquie. Riguardo alla storia della Spina cusanese, certamente  molte parti del racconto avranno assunto, con il tempo, variazioni e aggiunte, tuttavia  la Spina è stata sempre presente in paese come si attesta dai documenti comunali risalenti almeno al 1600, e infine il ritrovamento della custodia e la natura simbolica delle iconografie incise ci fanno supporre che effettivamente la spina e la custodia potrebbero essere giunte dai luoghi santi tramite il crociato. Più difficile è stabilire chi fosse costui: anche se il cognome Castello non è proprio presente, ma troviamo Castelli, Castellino, Cassella. È probabile che il cognome, nel tempo, si sia modificato. La custodia è davvero singolare nel suo genere, un raro esempio di iconografia paleocristiana medievale. Il Cristo, simbolo solare, è avvolto dalle spine di grano,  simbolo paleocristiano mutuato dal mondo simbolico pagano, indice di abbondanza e vita. Il Tau è segno inequivocabile della religiosità antica e il suo significato ricorre nella visione gnostica del cristianesimo riportata anche da san Francesco d’Assisi. La fioritura della spina di Cristo ha una chiara valenza simbolica ed esoterica, e sta a indicare che lì dove il raggio di Cristo passa, fiorisce la vita senza tempo e senza luogo; un miracolo, forse, o un’allegoria dell’eterno e del divino, che la figura del Cristo incarnava per i primi cristiani gnostici e per i cavalieri templari.

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