Immagini dal Sannio: l’Acquedotto Carolino, imponente complesso monumentale di Luigi Vanvitelli

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Tratto dell’acquedotto a Valle di Maddaloni, foto di copertina di centrostudicaserta.it

Sono diversi i modi in cui lo appelliamo quotidianamente: acquedotto carolino, acquedotto vanvitelliano, e familiarmente gli abitanti della zona lo chiamano “i Ponti della Valle”, nonostante si riferiscano all’intero complesso architettonico, per via della conformazione che assume nella zona di Valle di Maddaloni. Vi passano migliaia di automobili tutti i giorni, eppure quello è solo uno scorcio di uno dei complessi monumentali più belli e importanti del Sannio. Il maestoso acquedotto nacque per alimentare il complesso di San Leucio e fornisce anche apporto idrico alla Reggia di Caserta, al parco, al giardino inglese e al bosco di San Silvestro, prelevando la sua acqua alle falde del monte Taburno, precisamente dalle sorgenti del Fizzo, nel territorio di Bucciano, nel Beneventano, e trasportandola lungo un tracciato che percorre 38 km.

Un’opera esemplare, imponente, magnifica di certo, che risalta alla vista e al cuore di chi, guidando, si imbatte in esso lungo la strada. È uno dei monumenti più fotografati e invidiati del Sud Italia, quello che più caratterizza il confine tra Sannio beneventano e Terra di Lavoro. Un’opera che ha richiesto ben sedici lunghi anni di lavori e il supporto dei più importanti studiosi e matematici del Regno di Napoli, primo fra tutti Luigi Vanvitelli, architetto italiano tra i maggiori esponenti del Rococò e del Neoclassicismo. I lavori del grande condotto idrico cominciarono su progetto del Vanvitelli, su commissione di re Carlo di Borbone, da cui il nome “Carolino”. Era il mese di marzo del 1753, quando re Carlo chiese all’architetto di realizzare una grandiosa impresa di ingegneria idraulica che già all’epoca destò l’attenzione di tutta Europa, ancora oggi considerata una delle più importanti opere realizzate dai Borbone.

Il 2 agosto 1754 il sovrano conferì ad Airola il titolo di “Città” come ricompensa per lo sfruttamento delle sorgenti di Bucciano, che all’epoca era un casale di Airola stessa, appartenuta in precedenza al principe della Riccia e poi donate al re. Nel 1770 furono completati i lavori del “Real Acquedotto Carolino” con una spesa complessiva di 622.424 ducati e, grazie al suo ingegno, il condotto non solo istantaneamente soddisfò le esigenze del complesso di San Leucio, ma contribuì allo sviluppo di molteplici iniziative imprenditoriali che sfruttavano la forza motrice dell’acqua, ad esempio i numerosi mulini impiantati lungo il suo percorso. Il 7 maggio 1762 si ebbe l’inaugurazione del monumento che dal 1997 è patrimonio mondiale dell’UNESCO, assieme alla Reggia di Caserta e al complesso di San Leucio.

Dopo aver captato le sorgenti nella piana di Airola, Vanvitelli dovette attraversare il piccolo fiume Faenza, oggi chiamato Isclero e, a cavallo dell’attuale confine tra i comuni di Moiano e Bucciano, venne costruito il primo dei tre ponti dell’acquedotto: il Ponte Nuovo. Il secondo dei tre ponti è il “ponte della Valle di Durazzano”, posto nel territorio dell’omonimo comune. Il ponte della Valle di Maddaloni, tutt’oggi perfettamente conservato, attraversa la Valle di Maddaloni e congiunge il monte Longano con il monte Garzano. Questi “ponti della Valle” si innalzano con una possente struttura in tufo a tre ordini di arcate poggianti su 44 piloni a pianta quadrata, per una lunghezza di 529 metri e con un’altezza massima di 55,80 metri, sul modello degli acquedotti romani. Quando venne costruito, si trattava del ponte più lungo d’Europa. Le condotte in ferro che lo caratterizzano furono realizzate nelle otto ferriere costruite dal Vanvitelli in Calabria, ove veniva utilizzata la limonite estratta dalle miniere di Pazzano e Bivongi. L’ingegno e la bravura dell’architetto furono esemplari e la qualità dell’opera è testimoniata anche dalla sua resistenza ai tre violenti terremoti che hanno colpito l’area negli ultimi due secoli, senza intaccare minimamente l’impalcatura del viadotto.

I giardini della Reggia di Caserta alimentati dall’acquedotto, foto d’archivio

Alla base del ponte, nell’area maddalonese, vi è un monumento-ossario, inaugurato il 1º ottobre 1899, che contiene resti dei soldati morti nella battaglia del Volturno. Dalla grotta artificiale posta a conclusione del grande parco della Reggia di Caserta, progettato dal Vanvitelli e completato dal figlio Carlo, una diramazione conduce all’edificio Belvedere, la celebre filanda-reggia voluta da Ferdinando IV per la produzione e tessitura della seta, realizzata con il recupero dell’antico casino cinquecentesco degli Acquaviva, e che ancora conserva i giardini di impronta rinascimentale arricchiti da gruppi scultorei e fontane, nonché i giardini del XIX secolo dove una grande cisterna accoglie le acque del Carolino per far funzionare il “rotone ad acqua” della filanda. Infine, dopo aver attraversato il Bosco Vecchio, un ramo dell’acquedotto Carolino raggiunge la reale tenuta agricola di Carditello, fattoria modello voluta sempre da Ferdinando IV ove nacquero la pizza e gli spaghetti. Il condotto è largo 1,2 m ed è alto 1,3 m, ed è segnalato da 67 “torrini”, costruzioni a pianta quadrata e copertura piramidale destinate a sfiatatoi e ad accessi per l’ispezione. Per la realizzazione del condotto si procedette ad asportazioni manuali e all’utilizzo di polvere da sparo. La sua enorme portata d’acqua, non solo alimentava tutti i sistemi idrici esterni alla Reggia, ma supportava un innovativo metodo di coltivazione e riproduzione delle piante non autoctone: venivano infatti sperimentate nuove tecniche per riprodurre sconosciute varietà esotiche, portate durante i nobili viaggi verso le colonie. Dal 14 aprile 2016 gli oltre 50 metri di acquedotto vengono valorizzati, di notte, dalla luce di un sistema di illuminazione che esalta ancora di più la monumentale opera borbonica.





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