La grande abbuffata e l’apoteosi del cibo nel presepe napoletano del ‘700

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Moltissime feste popolari che scandiscono il corso della vita durante l’intero anno hanno un comune fondo, la “grande abbuffata”: il piacere dell’eccesso, della trasgressione alimentare, la risposta alla perenne fame delle società agrarie e il momento di ridistribuzione dell’abbondanza ad appannaggio dei soli ceti privilegiati, in tutte e per tutte le classi sociali. I contadini senza volto, senza storia, oggetto e strumenti dell’ingiustizia, trovavano nella festa un rovesciamento dell’orizzonte culturale e sociale: almeno per un giorno saziarsi come i ricchi. I dolci, più in generale i cibi, simbolicamente rappresentavano l’abbondanza: le lenticchie, l’uva passa, i canditi richiamano alla mente i “soldi”; il grasso che cola dai salumi, dagli zamponi a cui i ricchi preferivano il più nobile cotechino, era una manifestazione di rivincita culinaria degli sfruttati verso gli sfruttatori. Una lunga scorpacciata che aveva inizio il 1 novembre con i Santi e con i Morti continuava con San Martino e la “spilla delle botti”, passava per Santa Lucia, attraversava Natale e finiva nell’apoteosi del Capodanno.

Nel presepe napoletano del “700 “la grande abbuffata” sembra prevalere su tutto ed anche la sacra rappresentazione viene oscurata dalla presenza del cibo che invade e pervade ogni scena secondaria: la scena dell’osteria diviene il centro dell’attenzione con ogni ben di Dio che compare da ogni lato, l’oste grasso e satollo che serve polli allo spiedo ad avventori sazi ed ubriachi, e poi salumi appesi, pezzi di carne, le immancabili uova e tanti, tanti formaggi. Macellai, salumieri, venditori di ricotta e formaggio, pollivendoli e persino venditori di uccelli, venditori di uova, una coppia di sposi recanti un cesto di ciliegie e di frutta, panettieri, farinai, venditori di pomodori, di cocomeri, di fichi, vinai, venditori di castagne, pescivendoli e pescatori.

Il mercato nel presepe napoletano del ‘700 è un’altra scena immancabile, come il forno; scene dove si applica tutta la maestria degli artigiani napoletani, che non a caso Carlo III volle elevare ad artisti, nella realizzazione di miniature precisissime da ogni punto di vista, talmente realistiche da far perdere il senso del vero e dell’artefatto. Un ultimo afflato pagano prima della “dieta” cristiana, un’ultima ventata di materialismo prima della privazione spirituale; la Chiesa che dopo le feste si trovava a dover perdonare migliaia di “peccatori di gola” sceglie per tutti i penitenti un unico perdono: la Quaresima. Astinenza e penitenza, il digiuno o tutt’al più il mangiar di magro: erbe cotte senz’olio o altro condimento, fagioli, fave, cavoli, borraggine per allontanare ogni piacere del palato.
Così anche il presepe, simbolo del riscatto, finisce per rappresentare la condizione di subordine della plebe a cui si concede, non si riconosce la liberta, l’uguaglianza: ecco perché, in fondo alla domanda di Lucariello “Te piace o presepe?” Nennillo risponde “No! Nu me piace!”





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