Immagini dal Sannio: il Guerriero di Capestrano, simbolo dell’eroismo sannita-piceno

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Molto si conosce dell’esercito sannita e della figura bellicosa di ogni suo elemento. Si conosce la storia, se ne tramandano scritti e studi, parlano l’arte, l’iconografia e la scultura. Si sa, per esempio, che quando cominciava una battaglia, i Sanniti avevano una carica iniziale molto difficile da contenere, tanto che spesso riuscirono a sfondare le linee romane, che vedevano in loro un certo impeto e una rilevante violenza. Una volta penetrati in territorio straniero, si impadronivano degli sbocchi o sul mare o nelle vallate e attaccavano le zone e le città sottostanti, pronti a rifugiarsi, in caso di pericolo, sui monti, ove edificavano delle città-fortezze, adibite al ricovero delle genti, delle merci e degli armenti. Questo fiero e forte popolo usava sia il giavellotto, il pilum, di piccola dimensione, sia un lungo scudo ellittico, diviso verticalmente in due da una nervatura con una borchia al centro. Lo scutum non era di metallo, ma di giunchi intrecciati, ricoperti da pelle di pecora nella loro parte esterna. Gli stessi Romani, inoltre, appresero da essi l’uso di tali armi, la loro tattica manipolare e impararono al meglio l’utilizzo della cavalleria. Evidentemente, non si trattava di uomini troppo appesantiti dalle armature, piuttosto erano equipaggiati al meglio per essere pienamente agili e flessibili. I Sanniti, utilizzavano lance, piccoli giavellotti, lunghi pugnali, in ogni caso armamenti non troppo pesanti.

La figura del guerriero sannita è particolarmente sentita e rappresentata in Molise, specialmente a Campobasso, Bojano e ancor di più a Pietrabbondante, sede del principale santuario dei Sanniti Pentri, a circa 1025 mt di altitudine, che conserva depositi di armi e di parti dell’armamento, recuperati insieme al materiale votivo. Una grande quantità di armi e di oggetti bellici, vennero portati alla luce già durante gli scavi intrapresi nel 1857 dai Borboni nell’area del santuario e confluirono, pertanto, nelle raccolte dell’attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Queste importanti scoperte sono state punti cardine della ricostruzione dell’arte sannitica, dello stile sannitico e della cultura a essi riferita. Da qui, nel 1922, nacque la statua del Guerriero sannita di Pietrabbondante, di Giuseppe Guastalla, che ha ben rappresentato, secondo esperti studiosi e archeologi, la sua figura, con corazza, elmo, schiniere, daga e scudo. Un elmo con i penne d’aquila e lophos, formato dalla criniera di cavallo, la corazza a due dischi, a coprire la regione cardiaca, con sotto la tunica di lino o di pelle, il cinturone in lamina di bronzo sottile, e lo schiniere sullo stinco sinistro.

Il Guerriero di Capestrano è certamente una delle sculture più importanti d’Italia, simbolo abruzzese della valenza e della simbologia italica, rappresentante la gloria dei Piceni, popolo di stirpe sannitica. Si trova al Museo Archeologico Nazionale di Chieti, in una sala museale allestita da Mimmo Paladino, ed è risalente alla metà del VI sec. a.C.. Una figura che rappresenta un uomo con le braccia ripiegate sul petto, in costume militare. Si tratta della statua funeraria di un principe guerriero, Re Nevio Pompuledio, ritrovata casualmente da un agricoltore, Michele Castagna, nel 1934, nel borgo di Aufinum, nei pressi di Capestrano, nella valle del fiume Tirino, in provincia dell’Aquila, durante i lavori di dissodamento di un terreno. La statua fu ricavata da un unico blocco di pietra calcarea, alta due metri, con un copricapo molto ampio a forma di disco. Una figura possente, maestosa, regale, a firma di un tale Aninis, che oggi è tra i primi grandi ritratti della storia. In molti si chiedono se il suo volto sia un ritratto stilizzato oppure se rappresenti una maschera. Ma quest’ultima ipotesi è la più sposata. Un guerriero vero e proprio con due dischi retti da corregge sulla schiena e sul petto, a proteggere il cuore. Un altro riparo sorregge il ventre, questa volta in cuoio o in lamina metallica. Il guerriero indossa schinieri e sandali, e porta una spada con elsa e fodero con decorazioni di figure umane e animali e un pugnale. Le due armi sono appese avanti al petto. La mano destra regge probabilmente un’insegna di comando o una piccola ascia e gli ornamenti sono costituiti da una collana rigida con pendaglio e da bracciali sugli avambracci. La statua raggiunge un’altezza ancor più elevata perchè si trova su un piedistallo, sorretta da due pilastrini, sui quali sono incise due lance: su uno vi è l’epigrafe, parlante in prima persona, “MA KUPRI KORMA OPSUT ANANIS RAKI NEVII” il cui significato, secondo lo studioso Adriano La Regina, è “Me bell’immagine fece Aninis per il re Nevio Pomp(uled)io”. Accanto al Guerriero fu rinvenuto anche un busto di donna con dei monili, che molto probabilmente rappresenta la compagna di vita di Pompuledio, alla quale è stata attribuita la denominazione di Dama di Capestrano.

La rappresentazione, dunque, è quella di un guerriero facente parte della popolazione dei Piceni, antico ceppo dei Sanniti, stanziati tra gli Appennini e il Mar Adriatico, nelle attuali regioni delle Marche e dell’Abruzzo. Nevio Pompuledio governò le tribù italiche preromane. Ecco il motivo per cui la statua è rappresentata con la massima cura nella sua lavorazione, con un particolare riguardo ai dettagli e con la sua caratteristica posa ieratica. In realtà, l’iscrizione non chiarisce se effettivamente nella figura scultorea sia rappresentato effettivamente il sovrano o se si tratti di un guerriero realizzato da Aninis per il re. Qualche studioso tende a pensare che Aninis sia il committente e non l’autore. Uno studio condotto dalla rivista National Geographic di qualche anno fa pose il sospetto che Nevio Pompuledio e Numa Pompilio, secondo Re di Roma, fossero la stessa persona, non fosse altro che per l’assonanza del nome. Si sa per certo che le origini di Numa Pompilio fossero sabine e che i Sabini erano territorializzati nei pressi di Aufinum, il luogo in cui fu rinvenuto il Guerriero.

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