Immagini dal Sannio: Maleventum, storie di stregoneria

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Benevento è certamente la città italiana che più richiama alla stregoneria. Leggende, riti rievocano tali ricordi di storie e racconti di cui ascoltiamo sin da bambini. E certamente questa aurea di leggende ha colpito tutto il Sannio: da Benevento a San Lupo, passando per Ponte e per Baselice, sono tanti i borghi caratteristici per la tradizione di stregoneria. Siamo in una terra magica, e Benevento è la città sul suolo campano che forse più di tutte le altre si avvolge in un alone di mistero. Una bellissima città che in epoca antica aveva tutt’altro nome, Maleventum, che solo molti anni dopo riuscì a scrollarsi da dosso questo appellativo che la tacciava come città portatrice di notizie ed eventi infausti, diventando quindi Beneventum. Eppure, il nome Maleventum portava in errore: il termine ha origini sannite, con una mescolanza alla lingua latina che ha dato vita a un vocabolo che, molto probabilmente, ebbe origini in una remota età, addirittura si pensa al Neolitico. Il suo significato per nulla si accosta alla malasorte. In ogni caso, il capoluogo sannita è la Città delle Streghe per eccellenza, e non è un caso che vi si trovi Janua, il primo Museo multimediale permanente sulle Streghe, inaugurato il 23 giugno del 2017, dal titolo “Janare, le Streghe di Benevento” nell’ambito del Progetto “per terre, per bellezza, per santità”, cofinanziato da Fondazione con il Sud, ideato e realizzato dall’Ar.eCa.S.C.a.r.l. – Onlus e dalla Cooperativa I.D.E.A.S. Mario De Tommasi. Un luogo che regala al pubblico un’esperienza sui generis, fantastica, un viaggio della durata di circa venti minuti all’interno di un mondo misterioso, alla scoperta della storia, dell’arte, delle tradizioni e delle leggende di Benevento e del Sannio. Libri di malefici, mantelli, scope, trecce di capelli, contenitori di erbe magiche, pestelli, noci e fave, civette, il piatto con l’olio per cancellare le fatture, le corde annodate e le chiavi sono le testimonianze di un mondo parallelo che viene considerato la vera caratteristica culturale del Sannio beneventano.

Ripa di Janara era la zona vicina al fiume Sabato, idronomo che ha dato origine al rituale del Sabba, dove le streghe si radunavano dando vita ai loro rituali magici, in cui era presente il famoso Noce, albero alto, sempreverde ed esteticamente molto molto particolare, dalle caratteristiche proprietà e che sapeva emanare straordinaria energia, tanto da suscitare un certo intrigo. Dall’albero pendevano dei serpenti. Durante i rituali attorno al Noce, le Janare si ungevano alcune parti del corpo, recitando l’incantesimo “Unguento, unguento portami al Noce di Benevento. Sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. Venivano avvistate a cantare ritornelli simili a cantilene e incantesimi, e ballavano in modo molto suadente, libidinoso, osceno, intorno agli alberi, con foga, urlando selvaggiamente, avvicinandosi ai serpenti e uscendone illese. Di frequente svolgevano un rito guerriero propiziatorio in onore del dio Wotan, durante il quale alcuni guerrieri correvano in sella al proprio cavallo intorno a un albero sacro a cui veniva appesa una pelle di caprone che colpivano con le loro lance allo scopo di strapparne dei brandelli che poi mangiavano. Le Janare inneggiavano spesso all’uccisione di animali, vero e proprio rituale sacrificale. Un rituale che le faceva apparire come esseri macabri. Qualcuno riusciva a vederle, senza essere visto, nella loro informità, tanto che la Chiesa cattolica le etichettò come figure demoniache, creature che davano vita a riti diabolici, tanto da ricondurle ai Sabba. Secondo la leggenda, il sacerdote Barbato accusò i longobardi di idolatria e quando Benevento fu assediata dai Bizantini nel 663 d.C., Romualdo promise a quest’ultimo che se fosse riuscito a salvare la città e l’intero ducato avrebbe rinunciato per sempre al paganesimo. In effetti, quando le truppe bizantine si ritirarono, Romualdo rispettò la promessa fatta. Barbato divenne nel frattempo vescovo di Benevento e provvide lui stesso all’abbattimento e all’estirpazione delle radici del noce maledetto, facendovi costruire, nei pressi, una chiesa, per scongiurare il maleficio. Tuttavia, la leggenda delle streghe si diffuse soprattutto intorno al 1273 quando ritornarono a circolare racconti di riunioni notturne di donne intorno a un albero sulle rive del fiume Sabato. Di conseguenza tutti credettero che si trattasse dell’albero abbattuto da San Barbato, risorto per opera del demonio.

Il mazzamauriello era un personaggio facente parte a una credenza molto diffusa nel beneventano, oltre che in numerose altre zone della Campania. Era lo spirito che ammazza i mori o morelli – matas moros –, cioè i nemici, e quindi è provvidenziale per la casa in cui entra. Uno spiritello domestico furbo e dispettoso, molto agile: sembra che la notte si divertisse a disturbare il sonno delle persone producendo rumori di vario tipo: rottura di piatti, colpi sordi, cigolii di porte. Inoltre, soffiava nelle orecchie dei dormienti. Aveva il volto fanciullesco, con una gran quantità di riccioli d’oro e un cappellino rosso, dal quale non si separava mai. Era dispettoso con chi non si comportava bene, ma non esitava a concedere benefici alle famiglie che lo accoglievano benevolmente. Portava molta fortuna, tanto è vero che si riteneva fosse presente nelle case laddove vi fossero periodi prosperi e fortunati. Aveva dei nascondigli nelle abitazioni e conosceva il luoghi che nascondevano tesori e segreti: sembra che un tempo, molte donne, prima di mettersi a tavola, portassero nel solaio il pranzo allo spiritello, proprio per accattivarsene la benevolenza.

“Uocchi, contruocchi schiatam ‘a mira e crepame l’uocchi”

Il malocchio, invece, è un maleficio che può essere gettato per invidia su qualcuno e che procura a chi lo riceve dolorosi e ricorrenti mal di testa. Eppure, se l’autrice del malocchio è una Janara gli effetti sono ancor più devastanti. Un rito che può essere scacciato da donne che sanno farlo, che ne conoscono il rituale che viene tramandato da generazione in generazione la notte della Vigilia di Natale. Di solito, sono le nonne a spiegarne i meccanismi alle nipoti. Si riempie un piatto d’acqua che viene ripetutamente passato sul capo della persona afflitta da mal di testa mentre si recita un susseguirsi di preghiere e formule incomprensibili o comunque recitate a mezza voce, appena sussurrate e, continui segni della croce descritti sul piatto e sul capo della persona oggetto del rito. L’officiante intinge il dito indice nell’olio d’oliva e ne fa cadere ogni tanto una goccia nel piatto colmo d’acqua. Le gocce spesso si allargano sino a sciogliersi, a volte assumono forme strane, altre restano intatte e ben definite. La tradizione vuole che quando le gocce si allargano o si sciolgono la persona cui si sta togliendo il malocchio ne è effettivamente affetto, se invece le gocce restano integre significa che il dolore accusato è dovuto ad altre cause. A volte, addirittura, dalla forma assunta dalle gocce d’olio che galleggiano sull’acqua, nel piatto, si può risalire all’autrice o all’autore del malocchio. Alla cerimonia, che dura pochi minuti, possono assistere anche altre persone che, anzi, in un momento particolare del rito vengono invitate a dire “benedica” e a toccare contestualmente la persona afflitta dal malocchio.

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