Immagini dal Sannio: Pietracupa, la piccola Betlemme molisana

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Avete presente quei piccoli borghi, silenziosi, solitari, che tanto manifestano l’identità dei propri abitanti, che tanto piacciono a me come ormai ha ben capito chi mi segue con costanza? Oggi siamo nel Molise, quella piccola grande regione in cui borghi piccoli e silenziosi si susseguono e ci parlano di un territorio ricco di fascino, storia, cultura e tradizioni. Pietracupa è un suggestivo paesino in provincia di Campobasso che conta poco più di duecento abitanti, arroccato ai piedi di un piccolo monte sovrastato da uno sperone di roccia. Un comune dallo stampo prettamente rurale, in cui agricoltura e in particolar modo coltura della vite la fanno da padrone. Il suo nome deriva Pietra, per indicare la grande Morgia, e cupa, che in latino significa botte e che si riferisce a un luogo profondo e vuoto, come le grotte. Qui, infatti, a sovrastare è una montagna caratterizzata da cavità e anfratti utilizzati, nei secoli passati, come rifugio da saccheggi e devastazioni da parte dei bulgari alla fine del 600 e dei saraceni nell’800. Nelle grotte vi fu poi la sede del locale tribunale dell’Inquisizione, dopo essere stata abitata dai primi seguaci di Papa Celestino. Dal periodo medievale fu possesso feudale di molte famiglie, tra cui i De Molisio, i De Regina, gli Eboli di Castropignano, e i Francone, che nel 1704 acquisirono il titolo di Principi di Pietracupa. Nell’agro sorsero due abbazie, una intitolata a San Pietro in Formoso, probabilmente distrutta dal terremoto del 1349, e quella di Sant’Alessandro, non più attiva dopo il terremoto del 1456. Risale al 1360 la Chiesa di San Gregorio, in stile gotico, ricostruita poi nel 1560 dopo il terremoto.

Pietracupa è un luogo che possiede qualcosa di magico e in molto lo conoscono come la piccola Betlemme molisana proprio per la presenza della grotta nella quale, durante la Vigilia di Natale, ci si ritrova a vivere una Natività davvero molto realistica dove, per l’occasione, vengono accese fiaccole alte fino a tre metri che, secondo la tradizione, servono a riscaldare il nascente Gesù Bambino. È la più grande di queste grotte, è stata scavata dal tempo e dall’uomo, e si tratta della Cripta Rupestre, suggestivo luogo di preghiera con le sue pareti di pietra nuda, modellata dai Celestini, luogo ideale per allontanarsi dalla realtà e dedicarsi ad una vita di meditazione e di preghiera. Le panche sono disposte in modo circolare e l’altare tondo è stato ricavato da una vecchia macina da mulino. Sull’altare, sospeso vi è un prezioso crocifisso ligneo senza braccia, risalente al 1500, recuperato tra il macero nei rifiuti. Sulla volta della cripta sono ancora visibili i punti di appoggio su cui erano messe le travi per le impiccagioni, e, sulle pareti sono presenti dei fori che servivano a far passare le catene. Una lapide sull’ingresso principale, con la figura di Salomone, ha questa scritta in latino: “Qui si amministra la giustizia”. All’interno della struttura naturale, oltre al sopra citato crocefisso ligneo salvato dal macero, sono poi custoditi Gesù Bambino in legno d’olivo, a grandezza naturale, proveniente da Nazareth, e un calice anch’esso di legno acquistato a Betlemme. I due oggetti sono stati entrambi benedetti da Papa Giovanni Paolo II e vengono esposti e utilizzati nelle feste di Natale, alla presenza di alte personalità, media, con le esibizioni di zampognari, torce, stelle filanti. In cima alla scalinata c’è anche la Chiesa di Sant’Antonio Abate, risalente alla fine del Seicento, la cui struttura fu in parte ricavata dalla roccia e in parte costruita in pietra bianca, caratterizzata per la sua architettura atipica che sembra essersi adeguata alla struttura della montagna.

In copertina, foto di Chiara Phoenix D’Ovidio

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