Storia e curtiosità dei Ponti del Diavolo e il “sacrificio edilizio”

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Il Ponte di Annibale di Cerreto Sannita, foto di copertina di Andrea Ferrigno

Quanto fosse difficile costruire un ponte nel passato trova tutta la sua narrazione nel famoso canto fanciullesco, popolare inglese: London Bridge is Falling Down (Il ponte di Londra sta crollando). Per quanto ci si affanni a trovare soluzioni e si consigli di fabbricarlo di oro e argento, il ponte continua a cadere. Il ponte, nella tradizione popolare, non può essere costruito con mezzi ordinari ma se si vuole che sia finito e regga bisogna usare mezzi straordinari. Bisogna chiedere aiuto alle forze oscure del sottosuolo, al Diavolo!

L’Italia è disseminata di ponti del diavolo da Sud a Nord; nei dintorni di Cerreto Sannita, in provincia di Benevento, se ne trovano ben due anche se conosciuti con altro nome: il Ponte Fabio Massimo, nelle vicinanze di Faicchio, detto anche Ponte del diavolo e il Ponte di Annibale verso Cusano Mutri anch’esso denominato Ponte del diavolo, di cui esiste una copia, quasi conforme anche nel nome, nei pressi di Ricigliano, in provincia di Salerno. Esistono due narrazioni per cui il ponte prenda il nome di Ponte del diavolo:

La prima vuole che per costruire il ponte, essendo una costruzione difficile, bisognava chiedere aiuto al diavolo che lo concedeva in cambio della “solita” anima sacrificale che per prima avesse attraversato il ponte, dove, puntualmente, gli uomini finivano per imbrogliare il demonio facendo attraversare non una persona ma un animale, spesso una capra, beffando il “povero diavolo” che non aveva specificato di quale tipo di anima si trattasse. La seconda vuole che, essendo la costruzione del ponte di difficile fattura, sia stato il demonio stesso a portarla a termine con le sue doti sovraumane senza l’aiuto dell’uomo e, a testimonianza, lasciava la sua firma sotto forma di mano (la mano del diavolo) o d’impronta nella sua veste di caprone (lo zoccolo del diavolo) come era riconosciuto nella tradizione popolare, su di una roccia o impressa in una pietra del ponte stesso.

I ponti medievali (a schiena d’asino), spesso a una solo arcata, per le loro forme leggere dovevano essere oggetto di meraviglia per gli uomini del tempo, ma anche di timore data la loro stabilità, da cui le storie, legate al demonio, che ne accompagnavano la costruzione. L’etnologo Giuseppe Cocchiara, professore di Storia delle tradizioni popolari a Palermo dal 1946 al 1965, nel suo libro Il paese di cuccagna, nel terzo capitolo svolge uno studio sul “Sacrificio edilizio”. Lo studioso riporta come, in varie tradizioni popolari europee, sia presente l’uso di sacrificare, per la buona riuscita del manufatto persone in tenera età o giovani.

Esiste una credenza che dice che il Ponte di Londra fu costruito solo quando le sue pietre furono spruzzate col sangue di alcuni fanciulli. Il ponte, eretto durante il giorno, era distrutto di notte; ogni forma, ogni materiale era provato invano; la vigilanza di un sorvegliante, di un gallo o di un cane era insufficiente a proteggerlo dall’attacco degli spiriti. Tylor, Sir Edward Burnett, considerato il fondatore dell’antropologia moderna, narra che a Rosporden, nella Bassa Bretagna, i cittadini prima di costruire un ponte consultano una strega che li avverte: “Se i cittadini di Rosporden vogliono avere un ponte che non sia distrutto, essi devono murare nelle sue fondamenta un bimbo di quattro anni.”

Nella poesia greca è raccontata la storia della costruzione del Ponte d’Arta, dove viene chiesto al capomastro il sacrificio della propria moglie perché dopo tre anni, quaranta maestri e sessanta operai, di notte si distrugge quel che viene fatto di giorno. La storia del Ponte d’Arta è ripresa anche dal linguista e scrittore Niccolò Tommaseo che è mosso da un senso di umana pietà, dal profondo amore dimostrato dalla moglie del capomastro che per dedizione a suo marito, e per la riuscita del ponte, lascia che gli operai la ricoprano di malta mentre se ne sta in silenzio accettando il suo triste destino.

In Bosnia è famosa la figura dell’architetto Rade, maestro leggendario che, mentre costruiva il ponte sulla Drina, la sua costruzione fu osteggiata dagli spiriti del fiume che distruggevano la notte ciò che era edificato di giorno. Questo accadde fin quando “qualcosa” parlò a Rade dicendogli che, se avesse voluto portare a termine la costruzione del ponte, avrebbe dovuto trovare due gemelli, maschio e femmina, fratello e sorella e di murarli dentro il pilastro centrale del ponte. Subito ebbe inizio la ricerca e i due gemelli furono trovati in un villaggio, ma quando le guardie fecero per portarli via, la madre, che ancora li allattava, non volle separarsi da loro. I bambini vennero murati perché non era possibile fare altrimenti, ma l’architetto si impietosì e lasciò nei pilastri delle aperture attraverso le quali l’infelice madre potè allattare le sue creature sacrificate

Cocchiara ci dice che i “sacrifici edilizi” umani ebbero fine. A essi si sostituirono dei riti fatti con fantocci che riproducessero una persona o oggetti che si riferissero a persone (spesso reliquie, vere o false, di santi). In Italia, in alcune zone, resta ancora oggi l’usanza di mettere una moneta tra le fondamenta di una nuova casa in segno di buon augurio.

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