Immagini dal Sannio: il grande Noce di Benevento, le streghe e le Janare

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Raffigurazione dei riti sabbatici attorno al Noce, foto di copertina d’archivio

Avete paura delle streghe o la loro menzione vi provoca un sorriso? Oggi raccontiamo una delle più tipiche leggende sannite, scrivendo di loro, le Janare, abitanti storici e caratteristici del Sannio beneventano. La prima notizia che si è tramandata di queste terribili creature è a firma di San Bernardino da Siena in uno scritto del 1427, Nacquero durante la mezzanotte di una notte di Natale. Il loro nome deriva da Dianara, la sacerdotessa di Diana, dea della Luna. Di giorno si confondevano tra le donne comuni, sebbene avessero un carattere aggressivo, e la notte si ricoprivano dell’unguento magico, da loro stesse creato, in quanto esperte di erbe medicamentose, che consentiva loro di volare e di diventare incorporee. Erano streghe solitarie al contrario delle altre che la notte usavano dedicarsi a banchetti, danze, orge con il diavolo prima di maledire e torturare i malcapitati. Avevano un carattere aggressivo e acido e, secondo la tradizione, per poterle acciuffare bisognava afferrarle per i capelli, loro punto debole. Alla domanda “che tie’ ‘n mano?”, bisognava rispondere “fierro e acciaro” in modo che non si potessero liberare; se al contrario si fosse risposto “capiglie”, cioè capelli, le Janare avrebbe incalzato con “e ieo me ne sciulie comme a n’anguilla”, e si sarebbero così liberate dandosi alla fuga. Inoltre si diceva che a chi fosse riuscito a catturarne una nel momento in cui era incorporea, ella avrebbe offerto la protezione delle Janare tutte sulla famiglia per sette generazioni in cambio della libertà.

Benevento è probabilmente la città campana che più di tutte è avvolta da un grande alone di mistero e magia, legata a una serie di eventi che spesso l’hanno resa, agli occhi di chi la guarda, una città sinistra. È una delle città della Penisola magiche per antonomasia, una landa stregata, posizionata in una conca fra alte montagne, fitti boschi e profonde gole, e circondata da due fiumi: il Calore e il Sabato. Anticamente il suo toponimo era Maloentum, latinizzato poi in Maleventum, termine che sembrava portasse cattivo auspicio, la cui origine è da ricercare in una radice sannita che poi, mescolandosi con il latino, ha dato vita a un vocabolo che risale probabilmente a un periodo precedente l’età neolitica. A Maloentum si venerava il dio bambino Bolla, che pare abbia dato origine al fiume nella zona di Volla, nel Napoletano. In epoca imperiale, gli antichi culti sanniti legati alla stregoneria furono mantenuti e Augusto permise la costruzione di un tempio dedicato alla dea Iside, di cui in città ancora si conservano tracce, nel quale si svolgevano riti che poi andarono a fondersi con quelli dei barbari, precisamente Goti, Ostrogoti e Longobardi.

E arriviamo a parlare proprio di loro, i Longobardi, tanto amati dai sanniti, popolo pagano legato al dio Odino. Proprio in onore di questa divinità si svolgevano alcuni sacrifici con dei rituali caratteristici nei pressi delle rive del fiume Sabato che si riconducono ai rituali delle Janare, con il loro modo di comportarsi tutt’altro che normale, decisamente sui generis. Queste sinistre creature venivano avvistate nei pressi del Sabato mentre cantavano ritornelli simili a incantesimi, nenie e litanie, e ballavano intorno agli alberi. Inoltre, si avvicinavano ai serpenti uscendone illese, dominavano il male e l’oscurità. Inneggiavano, altresì, all’uccisione di animali, a mo’ di rituale sacrificale. La zona vicina al fiume dove le streghe si radunavano per dar vita ai loro rituali magici si chiamava Ripa di Janara: qui esse si univano in cerchio, attorno all’antico Noce beneventano, albero alto, frondoso e sempreverde, decisamente nocivo, anche se solitamente le proprietà di questa pianta sono di carattere curativo.

Il popolo guerriero dei Longobardi appendeva pelli di montone ai rami e poi le colpiva con lance e frecce, mentre cavalcavano al contrario, in sella ai loro cavalli, riducendo le pelli in pezzi piccolissimi, che poi finivano per essere mangiate. Assistevano a tali riti anche le donne del popolo barbaro, che gridavano e incitavano gli uomini a consumare il rito. Nel rituale, le streghe usavano ungersi alcune parti del corpo per prepararsi citando l’incantesimo “Unguento, unguento, portami al Noce di Benevento. Sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”, e poi si davano alle danze e ai macabri rituali in cui era presente Lucifero in persona sotto le sembianze di un caprone. Si dice persino che avessero la capacità di rendersi informi e di contaminare con le loro magie i cittadini. Dopo i riti, cominciavano a seminare il terrore, provocando numerosi aborti, rendendo storpi e deformi i neonati che spesso venivano rapiti o gettati sul fuoco. Spesso solevano intrufolarsi nelle stalle per cavalcare le giumente fino a che, per lo sfinimento, queste morivano. Per lasciare traccia del loro passaggio, facevano delle treccine al crine delle cavalle.

Xilografia del 1489 raffigurante due streghe, foto tratta da Wikipedia

Non è difficile immaginare che la Chiesa cattolica subito etichettò questa serie di accaduti come evidenti riti demoniaci, ricollegandoli ai Sabba. Per ottenere l’appoggio della Chiesa, il duca longobardo Romualdo accettò di essere convertito al Cristianesimo, e con lui tutti i Longobardi. Il grande albero di noce attorno al quale si consumava il rito pagano fu abbattuto. La leggenda narra che, appena l’albero cadde in terra, immediatamente ne uscì fuori una vipera, simbolo di un legame satanico. Pare anche che nello stesso luogo, dopo molto tempo, il noce sia rinato. Merito della conversione del Longobardi al Cristianesimo è anche del vescovo di Castelvenere, Barbato: laddove fu tagliato il noce delle streghe, il Santo fece erigere un tempio con il nome di Santa Maria in Voto. Anche dopo la conversione, i Longobardi siti a Benevento non rinunciarono ai loro riti pagani e continuarono a praticarli di notte. Intorno alle campagne, fuori dalle mura, tra fuochi e grida. Gli abitanti della città scambiarono gli uomini e le donne longobarde con demoni e streghe. Le notti dei Sabba continuarono, solitamente nelle ore buie tra il sabato e la domenica.

Alle Janare si deve anche la sensazione di soffocamento nel sonno perché si recavano nelle case di coloro verso cui nutrivano del risentimento, passando da sotto la porta. Solevano sedersi sul petto del malcapitato mentre dormiva, impedendogli così di respirare. Andavano a far visita alla stessa persona per tre notti di seguito, per poter rinsaldare il maleficio. Proprio per la loro capacità di passare sotto le porte, si pensa che il loro nome derivi dal latino Ianua, porta. Per questo si era soliti lasciare una scopa o del sale sull’uscio: la strega avrebbe dovuto contare tutti i fili della scopa o i grani di sale prima di entrare, ma nel frattempo sarebbe giunto il giorno, nemico dei malefici delle creature sataniche, e sarebbe stata costretta ad andarsene. Questi due oggetti hanno un valore simbolico: la scopa è un simbolo fallico contrapposto alla sterilità portata dalla strega, il sale si riconnette, con una falsa etimologia, alla salus.

Una storia correlata alla figura delle Janare identifica un metodo infallibile per riconoscerle quando sono in sembianza umana: basterebbe recarsi alla messa della notte di Natale, vedere chi sono le ultime donne a uscire dalla chiesa per riconoscere in loro le Janare. Altre streghe beneventane erano le Zoccolare, che con i loro zoccoli ai piedi infestavano il Triggio, la zona del teatro romano e, cavalcando, correvano e rapivano chiunque capitasse loro a tiro. Vi era, poi, la Manolonga, Maria la longa, una donna che era morta cadendo in un pozzo e, poiché non aveva trovato pace, si divertiva a tirare giù nel baratro chiunque vi si affacciasse.





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