Immagini dal Sannio: la statua d’argento di Sant’Antonio di Padova a Cerreto Sannita

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La chiesa cattedrale della Ss Trinità, foto di Mario Sagnella

È cuore e anima della Diocesi di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’ Goti: parlo di Cerreto, bella e diversa cittadina del Sannio nella sua elegante struttura a scacchiera, città di fondazione ricostruita in assoluta autonomia rispetto all’assetto della città vecchia dopo il disastroso terremoto del 5 giugno 1688. Acquisì un ruolo di fondamentale importanza quando, a seguito del terremoto del 1349, la città di Telesia cominciò il suo lento declino, per via delle asfissianti esalazioni che provenivano dal suo suolo. I superstiti, per evitare di andare incontro alla morte, si trasferirono nei centri più vicini. Anche i vescovi abbandonarono Telesia e vagarono nella Diocesi in cerca di una dimora stabile che, alla fine, trovarono nel XVI secolo a Cerreto. Ecco dunque che divenne sede dei vescovi diocesani. Appena si entra a Cerreto ci si imbatte subito nella sua tipica conformazione squadrata, con la bella piazza Luigi Sodo a destra e sulla sinistra l’elegantissima struttura della chiesa cattedrale, fulcro dell’intensa vita spirituale del territorio. La sua costruzione risale a un periodo che va dal 1689 al 1736. Una elegante struttura caratterizzata da una facciata in pietra locale con stuccature, vetrate policrome, raffiguranti Sant’Antonio di Padova, l’Assunzione della Vergine e la Madonna regina del mondo, e due campanili ricoperti da cupole a cipolla maiolicate gialle e verdi. Molto probabilmente la facciata è opera di Bartolomeo Tritta, autore anche del monumentale scalone della Collegiata di San Martino e della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. La struttura interna è a croce latina. Entrarvi vuol dire restare incantati dall’ambiente elegante e raffinato in cui ci si imbatte: stucchi fini e delicati a firma di Benedetto Silva e Giacomo Caldarisi, dipinti di autori napoletani, come De Falco, D’Amalfi, Palumbo, e locali, come Gagliardo o De Leone, e l’altare maggiore, eseguito nel 1735, su cui sovrasta un dipinto raffigurante la Santissima Trinità e l’incoronazione della Vergine, risalente alla metà del XVIII secolo. Non solo: l’altare presenta una tecnica a intarsio e degli stemmi di vescovi. Sono tre le navate e ben dodici gli altari realizzati in marmo policromo.

Il santo patrono di Cerreto è Sant’Antonio di Padova che aveva fama anche di guaritore miracoloso, considerato il santo dei poveri e degli oppressi. Il culto del Santo si diffuse a Cerreto già in epoca medievale ma fu dichiarato patrono il 28 aprile 1731, come fortemente voluto dall’Universitas, dai sacerdoti e dal popolo tutto, anche se lo era probabilmente già negli anni passati, dato che in alcuni documenti era identificato come “protectore nella terra di Cerreto”. Sant’Antonio è molto amato nella cittadina sannita, venerato quotidianamente e celebrato in occasione della giornata liturgica che lo ricorda, il 13 giugno. Nel giorno dedicato al Santo i cerretesi si ritirano con orgoglio attorno a una bellissima statua d’argento, vuota all’interno, che rappresenta la classica iconografia del Santo, con un giglio in una mano, simbolo di fedeltà e purezza dell’anima e del corpo, e con Gesù Bambino tra le braccia. Secondo lo storico Renato Pescitelli, essa proviene dalla vecchia Cerreto e risale alla metà del 1600. La statua era di proprietà dei Padri Francescani e si trovava presso il Convento di Sant’Antonio, oggi Palazzo Sant’Antonio, sede della Casa Comunale, poi soppresso da un decreto del re di Napoli. Si tratta di una preziosa opera d’arte a firma dell’orafo napoletano Antonio Perillo che costò molto alla comunità cerretese e che fu pagata a rate anche grazie a cospicue donazioni da parte dei fedeli. È realizzata quasi interamente in argento sbalzato, fatta eccezione per le mani, il viso e il Bambinello, figure lisce e nitidamente diverse dalla lavorazione decorata della statua. Il piccolo Gesù Bambino è in atteggiamento più movimentato rispetto al Santo, rappresentato in maniera più statica, forse perché proveniente da un calco. Sulla veste del Santo sono raffigurati dei motivi floreali rappresentanti dei gigli, a simbolo di gloria e povertà, così com’è decorata con motivi floreali la veste di San Francesco nella Basilica Inferiore ad Assisi. Sul petto è custodita una reliquia: un pezzo di saio del Santo che ha conferito alla statua una nota miracolosa.

Secondo la tradizione, nel novembre 172o il giovanissimo Giovan Camillo Rosati fu colpito da febbre alta che lo portò a una semi paralisi. Gli si ritrasse la lingua, era impossibilitato a proferire parola, si dimenava sul letto impotente, senza alcun controllo del suo corpo. Dopo varie cure riuscì a riprendersi seppur limitatamente. Passarono due mesi e a gennaio del nuovo anno il padre, un nobile del paese, lo prese in braccio e lo portò presso il Convento per poter pregare dinanzi alla statua. Il Padre guardiano era assente, non ci fu dunque la possibilità di vedere e venerare la sacra immagine. Il giorno dopo tornarono. Non potendo esprimere a voce cosa desiderasse dal Santo, il Padre guardiano rese al ragazzo carta, penna e inchiostro e il giovane scrisse di desiderare che Sant’Antonio lo facesse nuovamente parlare per poter cantare, una volta a casa, il suo responsorio. Gli fu permesso di toccare con le labbra la reliquia e fu allora che al bambino si normalizzò la lingua fino a quel momento ritratta. La sera riuscì a emettere qualche vocalizzo e il giorno dopo proferì parola. Questo evento suscitò il clamore dell’intero paese. Dopo l’accaduto, il giovane fu accolto in chiesa tra preti e fedeli e un notaio ratificò quanto accaduto nel Libro Magno della Curia, raccogliendo le dichiarazioni del miracolato.

Particolare della statua d’argento, foto di copertina di Barbara Serafini

Secondo un racconto tramandato a livello popolare, di cui però non vi è alcuna testimonianza scritta, durante il periodo napoleonico la statua d’argento fu oggetto di un tentativo di furto. Una volta tra le mani dei malfattori, la fattezza d’argento la rese pesante e il metallo divenne non facilmente trasportabile. Fu così caricata su un carro trainato dai buoi i quali, giunti all’incrocio di San Lorenzello e Massa di Faicchio, si fermarono, non riuscendo più a procedere col peso che erano costretti a trainare. I ladri cercarono invano di trascinare con sé la statua sulle spalle, ma fu impossibile e l’impresa non fu portata a termine. Il mattino seguente essa fu ritrovata a quell’incrocio e, divenuta di nuovo leggera, come si conviene a una scultura d’argento cavo, fu diretta con facilità presso l’episcopio di Cerreto. In seguito, proprio al suddetto incrocio fu eretta una edicola votiva che ricorda il ritrovamento, conosciuta come cappella di Sant’Antonino, in cerretese Sant’Antoniegl’. Si tratta di vox populi ma è una tradizione molto viva nella fede dei cerretesi. A causa dell’alto valore, sia artistico che materiale, la statua è sempre stata oggetto di interesse, curiosità oltre che di venerazione. Un’attenzione molto alta, come se avesse in sé qualcosa di fortemente prodigioso, probabilmente anche a causa dell’evento miracoloso di cui sopra. Dopo aver lasciato il Convento, essa fu spostata nella chiesa cattedrale già nel 1740 con la promessa che lì venisse creata una cappellina dedicata al patrono che contenesse una statua in legno, esattamente quella che è esposta al giorno d’oggi, la quale probabilmente risale alla seconda metà del Settecento. Inizialmente la statua d’argento fu conservata nella cappella privata del vescovo. Tanti fedeli, specie gli emigranti che facevano ritorno a Cerreto, desideravano venerare la preziosa figura d’argento e si recavano proprio negli appartamenti vescovili. La statua veniva poi esposta in chiesa dal 12 fino al 24 giugno. Negli anni Ottanta, però, la chiesa cattedrale, come tante altre della zona, fu vittima di ripetuti furti: tanti marmi e tele vennero prelevati da malviventi. La statua per fortuna era al sicuro e da quel momento essa è conservata in un luogo protetto conosciuto da pochissime persone. Ogni anno, il 12 giugno la grandiosa opera d’argento procede dall’episcopio verso la chiesa con una ristretta processione. Il 13 giugno, invece, viene trasportata dai fedeli lungo le vie del paese, in un sentito, composto e commosso corteo che venera l’amatissimo santo patrono cittadino.

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