Immagini dal Sannio: Saepinum, roccaforte sannita e cittadella romana

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Il parco archeologico di Sepino, foto di Barbara Serafini

Siamo in provincia di Campobasso, alle falde del Matese, nel Sannio Pentro, a sud della zona Peligna e a nord di quella Irpina. L’antica Saepinum con molta probabilità deve il suo nome al verbo latino saepire, ossia “recintare”: infatti, questo paese in pianura, aperto sulla valle del Tammaro, un tempo era utilizzato come luogo di sosta delle greggi che venivano inserite in un antico stazzo recintato. L’importantissima cittadina fu dapprima roccaforte sannita con il nome Saipins, poi prese il nome latino Saepinum, oggi Sepino, quando divenne una piccola città romana, e nel Medioevo assunse il nome di Altilia. Fu edificata nei primissimi anni del I secolo d.C. e non è stata ancora completamente scavata, ma è perfettamente conservata e ad oggi è un gioiellino della storia romana.

La città ebbe un’importante espansione nel momento in cui divenne luogo di villeggiatura termale. Molto probabilmente, i primi insediamenti nell’area sepinese risalgono alla Preistoria e il corso del fiume Tammaro nel tempo ha incentivato la nascita di agglomerati abitativi, sia pure di dimensioni modeste, oltre che di innumerevoli tratturi. Come tutte le popolazioni sannitiche dislocate lungo l’Appennino dell’Italia centro–meridionale, gli abitanti di Saepinum erano legati a pastorizia e agricoltura. I Sanniti, non a caso, vennero definiti da Tito Livio “Montani atque agrestes”. E infatti, lavoravano lana e pelli di pecora, che venivano utilizzati soprattutto per creare indumenti, mentre le pelli bovine, caprine ed equine, più robuste, venivano lavorate per realizzare calzature, cinghie, selle, scudi, foderi, otri e recipienti. Utilizzando i due principali percorsi tratturali, Pescasseroli-Candela e Castel di Sangro-Lucera, i pastori, durante il periodo invernale, trasferivano le greggi dalle zone fresche e montuose dell’Abruzzo e del Molise fino ai pascoli di pianura della Daunia, la Puglia settentrionale. D’estate veniva effettuato il percorso inverso e le greggi dal Tavoliere pugliese tornavano nei pascoli sugli altipiani.

Già alla fine del II sec. a.C., dopo che un grave incendio devastò l’agglomerato urbano, vi fu una rapida ripresa edilizia che determinò un salto di qualità nella struttura urbanistica e uno sviluppo economico e sociale della comunità. Saepinum, così, si fregiò del ruolo di municipium, riconoscimento per l’importante processo di urbanizzazione che riguardò il centro. Più tardi, subì irruzioni di Visigoti e domini Longobardi, fino all’arrivo dei Normanni. Nel 1846, in una lettera del 14 marzo, Theodor Mommsen, il più grande classicista del XIX secolo, descrisse Altilia così: “Tutto l’agro è ancora intatto, tutte le porte della città, una di esse ha ancora l’arco intero… Il teatro in Altilia è ben conservato, la strada principale è ancora lastricata da enormi pietre, è completa, ci sono molti mucchi di pietre delle quali è riconoscibile la loro provenienza da edifici e templi e, quanto altro sta nella terra è indescrivibile! Macerie ed iscrizioni sono sparse dovunque… come dappertutto vi sono colonne. È questo un luogo unico!”

Tiberio e Druso, figli adottivi di Augusto, costruirono le mura e le torri della città che delimitano un’area quadrangolare di circa 12 ettari, costituita dal cuore della vita pubblica: il Foro, la Basilica, il tribunale, il comitium, la curia, il tempio e un’aula per il culto imperiale. E poi le fontane, la fullonica, a metà tra una lavanderia e una tintoria, il macellum, mercato della carne e del pesce, le terme, il teatro, le botteghe e le abitazioni. Entrando da porta Bovianum si percorre il decumano e si arriva al Foro: qui un’antica iscrizione ricorda i nomi dei magistrati che, a loro spese, ne curarono la pavimentazione. La porta monumentale Bovianum era utilizzata come strumento di protezione dei cittadini che abitavano al suo interno ma era anche un luogo in cui chi passava, e parlo di chiunque, cittadini, mercanti, allevatori, contadini, pastori, era tenuto a pagare un dazio. Le altre porte sono la Benevento, la Tammaro e la Terravecchia, nomi dati a seconda della posizione in cui sono orientate. Queste quattro porte non presentano caratterizzazioni diverse fra loro, se si eccettuano le figure delle divinità rappresentate in funzione tutelare nelle chiavi di volta degli archi. Il teatro è perfettamente conservato: costituito dalla scena e dalla platea, considerate le ventotto gradinate conservate, poteva ospitare presumibilmente fino a tremila persone e oggi, nelle vicinanze, è stato allestito l’Antiquarium, un museo in cui sono disposti in ordine cronologico tutti i reperti frutto degli scavi.

Il teatro sannitico, foto tratta da romanoimpero.com

Ancora oggi si può passeggiare tra edifici che conservano molte delle caratteristiche originali: oltre al Foro, è bello imbattersi nell’antico mulino, nelle vecchie botteghe e nelle abitazioni private. Le mura reticolate sono realizzate con il calcare del Matese, tagliato in blocchetti minuti e sagomati a forma di piccole piramidi, a base quadrata o rettangolare. L’antica Basilica, in pianta rettangolare, con una lunga serie di colonne, era nell’antichità un edificio polivalente nelle sue funzioni di pratiche commerciali e attività giudiziarie e, in epoca imperiale, era sede di attività religiose collegate al culto dell’imperatore. Quello delle Terme è l’edificio più esteso e ancora non del tutto scavato; si suppone, infatti, che le zone tipicamente termali, come il calidarium, il frigidarium, il praefornium, siano ancora interrati e che oggi sia visibile soltanto l’ingresso. La fontana del Grifo è così chiamata per la raffigurazione che conserva. All’esterno delle mura, sono conservati due mausolei funerari, come da tradizione romana.





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