La Candelora, una festa tra il sacro e il profano

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Il 2 febbraio, nella liturgia ufficiale, si celebra la festa della Candelora.
La festa, oltre la valenza mistico religiosa, assume anche il significato di fine dell’Inverno, una sorta di data celebrativa per augurare, nelle predizioni meteorologiche popolari, l’arrivo della primavera. Più un auspicio che una realtà, che trova in alcune manifestazioni la sua narrazione: in vaste aree dell’Europa vi è la credenza che in questo giorno l’orso esca dalla sua tana per vedere che tempo fa: se è nuvoloso, con tre salti annuncia la fine dell’inverno, se è sereno, rientra nella tana prevedendo altri 40 giorni di freddo.

Un equivalente del famoso “Giorno della Marmotta” celebrato negli Stati Uniti: nella città di Punxsutawney, in Pennsylvania, dove si svolge un rito secolare, il “Groundhog Day” il giorno della Marmotta, decine di migliaia di persone aspettano che il roditore esca dalla sua tana. Se questi vede la sua ombra, la città vivrà altre sei settimane d’inverno; se non vede la sua ombra, la primavera arriverà in anticipo. Il rito, in generale, fa riferimento alla “Meteorognostica”, ossia la versione non scientifica e popolare della meteorologia, basata su proverbi e letture degli eventi naturali: “Candelora, dall’inverno siamo fora, ma se c’è il sole o solicello ce n’è un altro mesarello”.

I contadini basavano le previsioni dei fenomeni atmosferici legandole alle credenze popolari, soprattutto per le esigenze del raccolto, osservando i vari fenomeni naturali, soprattutto della fauna e della flora associandoli, spesso, ad un determinato periodo, stagione, mese o data.
La Candelora nella liturgia celtica si è festeggiata come “Imbolc”, un rito legato al susseguirsi delle stagioni che segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera, ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.
La Candelora cristiana richiama antiche festività preesistenti, anche vista la coincidenza del periodo dell’anno con il periodo di 40 giorni dopo la nascita di Gesù.

La “luce” è l’elemento fondamentale della festa la cui simbologia richiama le feste ebraiche, le antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali, antichissima festività romana che si celebrava proprio a metà febbraio.
Nell’antica Roma la dea Februa, Giunone, veniva celebrata alle calende di febbraio (nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo della luna. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio, luna nuova, ed era chiamato calende, da cui deriva il nome calendario).

La Purificazione della Beata Vergine Maria, quaranta giorni dopo il parto, lascerebbe intendere un collegamento che sostiene l’ipotesi della “sostituzione” cristiana della festa pagana dei Lupercali; Maria può, finalmente, fare il suo ingresso in chiesa e al ritorno viene accolta con una festa che segna il suo ritorno in comunità. La festa termina con la benedizione dei ceri.
Ceri, torce e fiaccole erano al centro di manifestazioni grandiose da tenersi il giorno della Candelora: a Roma, a Napoli e in numerose città e paesi, per strada si accendevano ceri per augurio e per scacciare il buio, il freddo e auspicando la fine dell’inverno e non solo.









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