La prima via Appia, il percorso da Roma a Venosa

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La prima strada a lungo percorso, di cui si abbia notizia, è la via Appia concepita a seguito delle distribuzioni agrarie del 312 a. C. Il primo percorso univa Roma a Santa Maria Capua Vetere, con lunghi tratti rettilinei in pianura edificati in “Statumen”, uno strato più profondo di sassi e argilla e in “Rudus”, un secondo strato composto da pietre, resti di mattoni, sabbia, mischiati con calce. Successivamente l’Appia fu continuata fino a Venosa ed in seguito alla battaglia di Maleventum e la trasformazione della città in Beneventum la strada fu prolungata fino a Brindisi.

Nel 125 a. C. ebbero luogo degli importanti restauri su iniziativa dei Gracchi ed il percorso tra Benevento ed Aeclanum (città romana situata presso l’attuale località Passo di Mirabella, in provincia di Avellino) fu rifatto nel periodo di Vespasiano e di Traiano.

Da Minturnae, centro portuale alla foce del fiume Liri, la via raggiungeva Sinuessa (Mondragone), dove si staccava dall’Appia la via Domitiana, iniziata nel 92 a. C. che proseguiva lungo la costa. L’Appia s’inoltrava poi nella pianura, attraverso il “pons campanus” ricordato da Orazio.

Partito da Sinuessa, Orazio era diretto a Venosa sua città natale, il quinto giorno, di un viaggio che ne sarebbe durato in tutto tredici, a Formia, alla comitiva si unirono, Virgilio e gli amici Plozio Tucca e Vario, provenienti tutti e tre da Napoli.

La comitiva proseguì per Capua, sostando dopo IX miglia presso una “villula” poco distante dal “Pons Campanus”:

La villetta che è vicina al Ponte Campano ci offrì un tetto

e gli addetti offrirono la legna ed il sale che devono.

Partiti di qui, i muli depongono i basti a Capua.

Mecenate va a giocare, io e Virgilio a dormire”…

Dopo Capua, l’Appia proseguiva per Maddaloni “Calatia” e dopo S. Maria a Vico entrava nella Valle Caudina dove nel 312 a.C. ebbe luogo il famoso episodio delle Forche caudine. La via, dopo Arpaia, attraversava l’altopiano Caudino, percorrendo la Valle del Calore e superato il ponte Leproso, sul Sabato, entrava in Benevento dove, costeggiato l’anfiteatro, raggiungeva la porta orientale della città incorporata nel castello (Rocca dei Rettori). Fuori dalla porta orientale la via fiancheggiava un santuario dedicato alla dea Mefite (una divinità italica associata all’acqua e venerata in luoghi in cui era quasi sempre presente un fiume o un lago), protettrice della fertilità dei campi e della fecondità femminile.

L’Appia proseguiva nella Valle dell’Ufita attraverso Aeclanum, passando per la Valle dell’Ansanto dove sorgeva il più importante santuario dedicato alla dea Mefite ricordato da Orazio e da Virgilio. Nella valle d’Ansanto veniva identificato col nome di Mefite un piccolo lago di origine solfurea, le cui esalazioni erano nocive per l’uomo. Vicino al lago era stato eretto un tempio dedicato alla dea. La divinità era associata alle esalazioni dello zolfo, fino a diventare una entità malefica legata alle paludi sulfuree e alla morte ma, a volte, anche ai benefici delle acque termali e solforose.

L’Appia scendeva verso Grottaminarda per poi risalire verso Aquilonia (antica città dei Sanniti che oppose l’ultima resistenza all’espansione romana nel Sud Italia, citata da Tito Livio nella sua opera). Nel suo ultimo tratto verso Venosa attraversava Rocchetta S. Antonio e il ponte S. Venere sull’Ofanto.





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